Facebook e il caso Cambridge Analytica, spiegato bene

Facebook ha sospeso l’agenzia che aveva raccolto i dati di 50 milioni di iscritti per mandare a segno la campagna elettorale di Trump. Le cose da sapere

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– Credits: iStock/liuzishan

Antonino Caffo

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Dopo Edward Snowden, il nome della gola profonda che ricorderemo per i prossimi anni è quello di Christopher Wylie. L’ex dipendente dell’agenzia di analisi Cambridge Analytica ha rivelato come il suo datore di lavoro abbia violato la privacy di oltre 50 milioni di iscritti a Facebook, per carpirne preferenze e comportamenti, col fine di costruire annunci pubblicitari e messaggi social ad-hoc a favore del voto a Donald Trump durante la campagna del 2016. La vicenda è molto complessa e va ricostruita per bene.

Cos’è Cambridge Analytica

Si tratta di una compagnia che analizza i dati degli utenti dei social network per fornire ai clienti suggerimenti e strategie finalizzate al marketing, alla vendita di prodotti ma anche, come si legge sul sito ufficiale, cambiamenti di atteggiamento. Fondata nel 2013, secondo l’ex dipendente e reo confesso Christopher Wylie, dal 2015 avrebbe creato l’applicazione thisisyourdigitallife (non a scopo politico) per raccogliere informazioni su una vasta molte di persone, arrivando a profilarne almeno 50 milioni.

Chi è Aleksandr Kogan

Accademico russo-americano dell’Università di Cambridge e capo della società Global Science Research (GSR). Dalla sua mente arriva l’idea di thisisyourdigitallife che farà sviluppare a Cambridge Analytica. Sua la genialata di pagare i navigatori Facebook che avrebbero deciso di usare l’app. In questo modo era arrivato a interessarne circa 270 mila, allargando le maglie del monitoraggio a fine di profilazione a tutti gli amici della rete e dunque milioni su milioni. In un comunicato diffuso poco dopo le dichiarazioni di Wylie, Kogan ha confermato che da parte di GSR non vi è stata alcuna manomissione: tutti gli utenti coinvolti sapevano dove sarebbero finiti i loro dati.

Come ha fatto ad accedere ai dati

La violazione è puramente tecnica e non solo etica come quella portata avanti dal palazzo dei troll al servizio di Mosca: ogni persona che usava l’app doveva concedere allo sviluppatore l’accesso ad alcuni dati sensibili come le generalità, il luogo di nascita e di residenza, like e pagine seguite e gli interessi indicati nel profilo. Non si tratta di una novità perché la maggior parte delle app su Facebook richiede elementi del genere dei quali, colpa nostra, nemmeno ci accorgiamo più, cliccando semplicemente su Accetta. Qui la differenza è la mancanza di trasparenza verso la finalità e il coinvolgimento della rete degli amici, del tutto estranei alle logiche di click dei contatti.

Qual è il problema

Il punto è che se gli altri sviluppatori utilizzano tali informazioni per scopi quasi sempre di marketing e vendita prodotti, Cambridge Analytica lo ha fatto per favorire l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca, studiando le abitudini e le preferenze individuali per realizzare messaggi, banner e annunci mirati. Del tipo?

I messaggi mirati

Chi si preoccupava della mancanza di lavoro vedeva post come Aumenterò l’occupazione favorendo le imprese nazionali, chi temeva per il terrorismo leggeva contenuti in linea con Cacceremo fuori dal paese gli immigrati che arrivano da stati nemici e potenzialmente pericolosi, gli imprenditori invece si ritrovavano adv sponsorizzati che recitavano Donald Trump abbasserà le tasse a favore dell’industria americana. Insomma, tutti slogan che il tycoon ha usato durante la campagna elettorale ma che, conoscendo i destinatari, su Facebook coglievano meglio il bersaglio.

Cosa dice Facebook

In tutto ciò, Zuckerberg non ha aspettato un solo istante, sospendendo l’account di Cambridge Analytica e, per non sbagliare, pure quelli singoli dei dipendenti, incluso Christopher Wylie. Eppure, la rete delle reti non è esente da colpe: permettendo alla compagnia di analisi di raccogliere le informazioni per scopi commerciali, è venuta meno le politiche di utilizzo. Peraltro non è nemmeno chiaro quanto detto dallo stesso team di sicurezza del social network, quando afferma che il fattaccio era già conosciuto e per questo, nel 2015, aveva preso dovuti provvedimenti per negare l’accesso ai dati degli iscritti esternamente. Purtroppo gli account dei mandanti sono stati chiusi solo nelle ultime ore e non due anni fa.

Cosa c’entra Donald Trump

Appurato che il lavoro dell’agenzia fosse quello di favorire Trump, in che modo i due soggetti sono legati tra di loro? Il nome attorno a cui si muove la vicenda è quello di Robert Mercer. Dichiarato sostenitore dell’attuale presidente, l’uomo ha contribuito a fondare la Cambridge Analytica, sborsando ben 15 milioni di dollari nella fase di startup nel 2013. A far conoscere il progetto a Mercer fu Steve Bannon, nel CdA di Analytica e, guarda caso, ex stratega della campagna elettorale di Trump nella fase più critica, quella che portò alle elezioni di novembre.

Cosa c’entra Putin

Come accade sempre più spesso quando si parla di influenza digitale, nel mezzo della questione entra anche la figura di Vladimir Putin. Prima dell’Election Day a stelle e strisce, Wylie si ritrova a presentare un progetto di accrescimento utenti presso la Lukoil, la seconda compagnia petrolifera russa per fatturato, che ha interessi anche in Italia. Nel pitch in cui delinea le tecniche di analisi social, i sovietici si mostrano particolarmente interessati alle modalità di intercettazione e comprensione delle tendenze di voto.

Vagit Alekperov, amministratore delegato della Lukoil, è un ex ministro dell’Unione Sovietica e da sempre considerato vicino alla linea politica di Putin. In realtà non vi sono molti dettagli circa il coinvolgimento di Mosca ma conosciamo molto bene il lavoro sottobosco del Cremlino per cercare di pilotare i risultati dei seggi statunitensi.

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