Sicurezza

La cyberwar Usa-Russia tra virus e falsi tweet

Washington accusa Mosca per il lancio di un attacco hacker lo scorso giugno mentre Twitter viene invasa dalla propaganda social-fake del Cremlino

twitter bot

Antonino Caffo

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Il 2017 verrà ricordato come l’anno di due pesanti attacchi hacker: WannaCry e NotPetya. Soprattutto l'ultimo ci ha interessato da vicino, visto che l’Italia si è piazzata seconda nella ben poco edificante classifica dei paesi più colpiti.

Di che si tratta?

NotPetya è un virus della famiglia dei ransomware, che ha l’obiettivo di bloccare i computer su una schermata che richiede il pagamento di una certa cifra, quasi sempre in bitcoin, per ottenere un codice di sblocco, che spesso non arriva mai. Quello che sappiamo è che la minaccia è stata diffusa per uno scopo ben preciso: creare danni un po’ ovunque ma soprattutto in Ucraina, La questione è ancora più chiara se ci rifacciamo alle recenti indagini dell’intelligence Usa, che indica nel governo di Mosca il mandante di NotPetya.

Le accuse alla Russia

Il primo ad aver puntato il dito contro il Cremlino era stato il ministro degli esteri inglese, Lord Ahmad, che aveva parlato di un’azione ignobile e scriteriata da parte degli smanettoni nazionali. Qualche ora dopo ecco la linea ufficiale della Casa Bianca, promossa da Sarah Huckabee Sanders, responsabile dell’ufficio stampa di Washington: “A giugno del 2017 i militari russi hanno lanciato il più terrificante e costoso cyberattacco della storia che ha causato disagi per miliardi di dollari in Europa ma anche in Asia e nelle Americhe. Senza troppi indugi possiamo considerarlo come uno dei mezzi per destabilizzare la già critica situazione in Ucraina, un’iniziativa che avrà delle conseguenze”.

Il monitoraggio dei Five Eyes

Quali? Difficile dirlo ma adesso anche altri paesi si posizionano sullo scacchiere della cyberwar. Tra questi l’Australia, il cui ministro per la sicurezza digitale, Angus Taylor, ha spiegato come il governo di Canberra sia arrivato alla conclusione che gli hacker di NotPetya sono collegati senza alcun dubbio alla Russia.

Non è un caso se le tre nazioni uscite allo scoperto, Stati Uniti, Regno Unito e Australia, siano tre membri effettivi della coalizione Five Eyes, che comprende anche Canada e Nuova Zelanda, un gruppo le cui agenzie di intelligence condividono ricerche, analisi e operazioni di monitoraggio globale.

Russofobia pandemica

Da parte sua, Putin non fa che rimandare al mittente ogni accusa, così come aveva fatto quando era uscita allo scoperto la macchina del fango costruita all’interno del palazzo dei troll, una vera e propria redazione giornalistica nata per diffondere in rete fake news e cercare di pilotare l’opinione pubblica dell’Occidente su alcuni temi scottanti, dalle elezioni americane del 2016 al voto sulla Brexit e l’effetto dell’occupazione della Crimea.

Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino ha definito le ultime vicende causate da una russofobia diffusa, una campagna realizzata ad-hoc per gettare cattiva luce sulle attività di Mosca.

Social fake a go-go

Eppure la famosa macchina delle bufale va avanti. Subito dopo la sparatoria in Florida, dove hanno perso la vita 17 persone, Twitter è stata invasa da un esercito di account fake, inneggianti il possesso delle armi negli Stati Uniti, nel tentativo di influenzare parte dell’opinione pubblica, già parecchio divisa sul tema.

Le prove che incastrano Mosca

Hamilton 68 e Botcheck.me sono due siti web che seguono, pedissequamente, i post e le condivisioni effettuate dagli account social vicini alla Russia. Questi non sono controllati direttamente da chi siede al governo ma vengono gestiti da società e terzi che lavorano dietro mandato, per finalità decise a tavolino dalla politica. È in questo modo che la Internet Agency ha costruito il palazzo dei troll, pagando falsi reporter e grafici perché realizzassero decine di immagini sarcastiche (i meme) per appoggiare la nomina di Trump alla Casa Bianca.

I tweet della discordia

Ebbene, i due siti di cui sopra hanno rilevato che dal momento della notizia sulla strage di Parkland molti dei tweet con hashtag #parkland, #guncontrolnow, #Florida #guncontrol e #nikolas (il nome del ragazzo fermato) sono stati lanciati da profili filo-russi e tutti di matrice favorevole alla detenzione casalinga di armi da fuoco. Si trattava di bot, account automatici, in grado di pubblicare frasi a raffica del medesimo tenore e, solo in un secondo momento, controllati da essere umani per aumentare il dibattito sulla necessità di mantenere la legge sull’acquisto di armi ed evitare limitazioni alla difesa personale.

Perché lo fai

Qual è il fine di Mosca?

Quello di svolgere pienamente il ruolo di troll appunto. Nel gergo degli appassionati di internet della prima ora, vuol dire creare caos e confusione, appoggiando la tesi contraria di una certa conversazione per il solo divertimento di mettere contro le parti e rendere più deboli le fazioni.

In che modo gli Usa possono allentare la presa intorno al collo di Putin? Semplice: perdendo più tempo nel risolvere affari di politica interna invece che estera, cercando di ricomporre i pezzi di un puzzle che altrimenti sarebbe solo un quadro senza senso agli occhi dei cittadini.

Il ruolo dei social media

In questa complicata lotta tra Usa e Russia, il ruolo dei social media è fondamentale. Se Facebook sta facendo di tutto per ridurre la viralità della disinformazione, altre piattaforme, come la stessa Twitter, tentennano, non riuscendo a capire come fermare l’emorragia di notizie e post bufala pur garantendo la libertà di espressione.

Propaganda digitale

La situazione è seria anche perché non tutti gli utenti della rete hanno gli strumenti idonei a distinguere il vero dal falso e su questo si basa la strategia russa. “Ci aspettiamo che continuino a usare tale forma di propaganda online, tramite profili fake, portavoce inventati e altri stratagemmi simili - ha detto Dan Coats, direttore dell’intelligenze a stelle e strice - il loro obiettivo è chiaro: aumentare il disaccordo nella comunità, per manipolare le persone quando sentono il contrasto, allontanando sempre più quel senso di unione che ci lega".

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