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Fake News: come funziona la macchina disinformativa russa

Vitaly Bespalov è la prima gola profonda che spiega le strategie del governo di Mosca per destabilizzare l’Occidente, tra post fasulli e meme

È uscito nei paesi anglosassoni il libro War in 140 Characters, scritto dal giornalista David Patrikarakos. Al suo interno viene raccontata la complessa macchina da cyberguerra della Russia, non tanto sul versante delle minacce informatiche dirette ma delle strategie di destabilizzazione social, tramite post e meme che tendono a storcere la realtà dei fatti.

Cosa c’è nel libro

Protagonista della vicenda è Vitaly Bespalov, un 23enne che per mesi ha lavorato per la Internet Research Agency al numero 55 di Savushkina Street a San Pietroburgo, sede del cosiddetto palazzo dei troll. Troll è l’aggettivo più comunemente usato per descrivere chi agisce in rete con il solo obiettivo di far casino, creare disordine e malumore per il gusto di farlo. I troll di Mosca lavoravano allo stesso modo ma per raggiungere scopi ben precisi: l’infangamento della campagna di Hillary Clinton, la vittoria di Donald Trump, quella della Brexit per l’uscita dall’Europa.

Cosa c’è nel “palazzo dei troll”

Come spiega lo stesso Bespalov, bisogna considerare la costruzione (che si vede chiaramente su Street View) come una normale redazione giornalistica. Quello che viene chiesto ai collaboratori è di scrivere notizie del tutto fasulle ma che non siano di parte, ovvero il più possibile neutrali. Pare che il grosso dell’impegno sia cominciato dopo il 2014 a seguito dell’occupazione della Crimea da parte della Russia.

In quel tempo, ragazzi come Vitality erano dedicati a riscrivere le storie provenienti dai media internazionali circa la crisi della penisola, pubblicandole come fossero voci sincere di chi aveva vissuto la rivoluzione di Kiev e il continuo rinvio dell’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea (osteggiata ovviamente da Mosca). Gli articoli venivano caricati sul sito worldukraine.com.ua, ad oggi inesistente. 20 pezzi al giorno ognuno di minimo 800 parole con una paga corrispondente a 900 dollari al mese, mica male.

Un mondo di bugie

“Non ci conoscevamo ma eravamo tutti sulla stessa barca, stavamo riempiendo il mondo di bugie” - dice nel libro - “è come quando si è su una giostra, non sai chi hai davanti e chi dietro ma si va con gli altri nella medesima direzione”.

L’intento del Cremlino non era solo divulgare fake news ma far si che queste fossero lette dalla maggior parte delle persone. L’unico modo per farlo era creare banner pubblicitari per Yandex (l’equivalente russo di Google) e post sponsorizzati sui social media così da diffondere le falsità a più non posso. Ma non solo: vennero creati migliaia di account inventati su Facebook, comprensivi di foto, date di nascita, indirizzi di residenza e molto altro, con lo scopo di ampliare il pubblico dei lettori; un esercito di troll al servizio di Putin. “Da quel momento non credo più a nulla che provenga dai social network” - ha ammesso Bespalov e non possiamo dargli torto.

Meme, più di uno scherzo

Capitolo meme: si tratta di immagini che ritraggono personaggi famosi e cartoni animati comprensivi di fumetti creati ad-hoc o comunque depositari di un messaggio diverso da quello originario. I meme sono vecchi quasi quanto Google e la loro diffusione si deve in primo luogo a forum e comunità nerd, che ne hanno preceduto un’esplosione globale. Meme + politica è un binomio vincente sul web odierno e gli smanettoni vicini a Mosca lo sapevano.

Per questo, al fianco delle fake news, è nato un reparto specializzato nella creazione di meme appositamente offensivi nei confronti di certe frange socio-politiche: i democratici negli USA, gli oppositori dell’indipendenza ucraina, i diritti civili degli omosessuali, l'apertura delle frontiere. Il meme più di successo partito dalla Internet Research Agency è quello seguente, in cui l’allora presidente Obama afferma: “Noi non negoziamo con i terroristi. Li finanziamo”.

La foto modificata raccolse un feedback talmente elevato da spingere sempre più la produzione di contenuti simili, con un apice durante la campagna elettorale degli USA nel 2016. La creatività non aveva confini: Obama e Angela Merkel da una parte, il difensore della libertà, Vladimir Putin, dall’altra.

obama meme terrorist

великий брат россии

Fin quando si tratta di manipolare il libero pensiero in Ucraina, dove alta è la percentuale di russi, il potere dei troll si avverte come presente ma limitato. Se lo sbarco negli Stati Uniti ha avuto un effetto totalmente insperato dagli stessi membri della Internet Research Agency, quello sulla Brexit è stato anche maggiore, per come si erano messe le cose nelle settimane antecedenti al voto sull’uscita del Regno Unito dall’Europa.

Non si hanno evidenze certe ma anche in questo caso pare esservi lo zampino di Mosca. Come accaduto per la Crimea e Hillary Clinton, il team di San Pietroburgo avrebbe dedicato migliaia di dollari alla creazione e sponsorizzazione di articoli e post a favore dell’abbandono britannico dalla UE, così da indebolirne il peso non solo nel continente ma anche al di fuori.

Pilotare la Brexit? Yes we can

Stando ad alcune ricerche, anche Twitter è stato invaso da account fake che, a ridosso della votazione di giugno 2016, hanno cominciato a postare migliaia di messaggi pro-uscita, come peraltro evidenziato dai fautori della campagna Remain, che pure hanno sfruttato l’enorme potere dei social media per cercare di convincere gli elettori a rimanere burocraticamente in Europa.

Il Cremlino ha rifiutato ogni collegamento con la Internet Research Agency e ha messo in dubbio sia l’esistenza del palazzo dei troll che dello stesso Bespalov, che però ha dimostrato di conoscere sin troppo bene le strategie disinformative di Putin e le attività di manipolazione tramite Facebook e altre piattaforme.

Nulla è più vero di una bugia, scriveva Lucy Robinson qualche anno fa; un titolo che sembra nato per descrivere al meglio tutto il Russiagate.

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