Sicurezza

Il potere discriminatorio dei Big Data

Per il governo USA potrebbero essere utilizzati nella costruzione di gruppi socio-economici ben definiti. Per fini tutt'altro che etici

L'impatto dei big data sul mondo reale – Credits: http://wearedata.watchdogs.com

Da strumento per personalizzare i servizi digitali a rischio per la parità dei diritti. Questo è il lato oscuro dei Big Data secondo la Casa Bianca. Un report del governo americano mette in luce il potenziale discriminatorio dei big data, considerati come quella somma di informazioni su un individuo che si possono recepire in rete, attraverso siti, social network, forum, ma anche posizioni GPS e vari database. Secondo gli USA, si tratta di elementi che potrebbero causare discriminazione nei confronti di persone e gruppi di individui, soprattutto quando è possibile risalire al reddito, alla casa in cui si vive e al giro di amici che si frequenta.

Il report, che verrà presentato la prossima settimana, punta il dito contro l’oceano di dati collezionati da aziende pubbliche e private che possono essere utilizzati per scoprire, nel profondo, usi e costumi di un navigatore della rete, entrando fin dentro le mura domestiche. In questo modo si può disegnare un profilo molto preciso di una persona, dalla famiglia al lavoro, tracciando i movimenti fatti in auto o a piedi per poi vendere la biografia ottenuta ad una catena di tecnologia o ad un’agenzia di assicurazioni.

Ecco che check-in, post equivoci o anche una foto pubblicata su Instagram possono far scattare una vera e propria etichettatura che, sommata al resto delle informazioni in possesso di aziende e organi di controllo, contribuiscono a definire il carattere e il modo d’essere di un individuo, senza averlo mai incontrato. Si tratta dell’estremizzazione di un fenomeno, quello dei big data, che è al centro dell’opinione pubblica da ormai 10 mesi, da quando Edward Snowden ha cominciato a rivelare la “bulk collection” (raccolta indiscriminata) di dati da parte della NSA nei confronti di americani e stranieri.

Il resoconto della Casa Bianca, anticipato dalla Associated Press , è uno dei pezzi che compongono lo studio sull’impatto dei big data nella vita degli americani, commissionato dal presidente Barack Obama, con l’obiettivo di ridefinire i limiti di azione della National Security Agency e delle agenzie di spionaggio statunitensi, operanti in tutto il mondo attraverso diverse partnership. Il presidente Obama aveva richiesto una revisione delle pratiche di monitoraggio cibernetico lo scorso gennaio, dando come termine 90 giorni per ricevere le proposte, ora in fase di valutazione e definizione.

Il succo del (nuovo) discorso è che tutti i dati lasciati su internet appartengono ai legittimi proprietari, ovvero alle persone che hanno “prodotto” quei dati, lasciando volontariamente le informazioni nel mare magnum della rete, in gran parte sui social network. Il problema è che spesso le informazioni “pubbliche” vengono incrociate con quelle ottenute forzatamente, come le email sottratte dai server di chi fornisce il servizio (ad esempio Gmail, Outlook, ecc.), per ottenere un quadro ben più ampio di quello che si potrebbe avere spulciando solo le “tracce” ben visibili di ognuno.

Le associazioni per i diritti civili hanno fatto sentire la propria voce nei mesi scorsi, spesso tirando in ballo non solo il controllo senza sosta dei governi ma anche l’utilizzo scorretto dei big data da parte dei privati. Un esempio potrebbe essere quello in cui un datore di lavoro, prima di scegliere un candidato, spulci le informazioni lasciate su internet, analizzando il quartiere in cui abita e il tipo di casa. Non è improbabile, secondo la Associated Press, che vengano stilate “classifiche” dei candidati tenendo conto anche di tale parametro, il primo vero ostacolo da superare per chi vuole ottenere quel lavoro. Questa è discriminazione.

Ma non è tutto. Una banca potrebbe scandagliare il web alla ricerca di persone che hanno postato commenti su una recente perdita del lavoro, per offrire prestiti con un interesse più alto del normale. Qui l’idea è che un tale tipo di persona potrebbe essere in ritardo con i pagamenti di affitto e bollette, con un’estrema necessità di liquidi. Sotto un certo punto di vista, anche questa è discriminazione.

Ci sarebbe, secondo gli esperti, un ritorno alla tecnica dei “cluster”, cioè del formare categorie di persone secondo determinate casistiche. A differenza di qualche anno fa, quando per ottenere le informazioni c’era bisogno di interviste per strada o porta a porta, ora è tutto più a portata di mano: basta accendere il computer (o lo smartphone) e perdere un po’ di tempo per la ricerca in rete.

La sensazione è che non basterà il lavoro degli esperti di Obama per delimitare il raggio di azione di spie e governi e rimettere i big data al loro posto. La preoccupazione è che, come abbiamo visto, molti dati sono conservati su piattaforme facilmente accessibili e non esclusive. Quello che serve, oltre a proteggere la privacy dei cittadini, è regolamentare l’utilizzo dei big data, a livello governativo ma anche commerciale. Solo in questo modo si potranno evitare conseguenze negative, come la formazione di gruppi di persone all’interno di categorie socialmente discriminanti.

 
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