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Facebook: dalle fake news alla fake pubblicità

Per Zuckerberg le conseguenze di altri Russiagate si combattono con più personale. Anche Londra ha il dubbio di una Brexit pilotata

Prima Facebook, poi Instagram. Buona parte del Russiagate si gioca qui, sui due social network. Per questo Mark Zuckerberg ha deciso di assumere, entro il 2018, altre 10 mila persone, addette al controllo e al monitoraggio della propaganda politica online.

I numeri aggiornati

Quella che sembrava solo un’ipotesi orwelliana si è rivelata reale, con il team di Zuckerberg che ha dovuto ammettere la presenza di pubblicità pro-Trump, create ad-hoc dalla Russia, capaci di raggiungere 126 milioni di iscritti sulla piazza virtuale più popolata, quasi tutti americani, grazie alla possibilità di impostare per bene il pubblico di ricezione di ogni banner, in gergo adv.

Influenzare i senza voto

Stando a Facebook, il 44% di utenti si sarebbe imbattuto nelle inserzioni prima del voto di novembre. Non è possibile ammetterlo, ma l’esito rischia seriamente di essere stato influenzato nel pilotaggio delle preferenze dei neutrali, gli elettori non schierati. Nelle ultime ore, Instagram ha aggiunto altre 4 milioni di persone coinvolte nei messaggi promozionali sulle sue app per smartphone, dove pure si possono diffondere contenuti sponsorizzati. Insomma, un totale di 130 milioni di navigatori, numero più numero meno, è stato bombardato dai banner voluti dal Cremlino, che ha comunque raggiunto il suo scopo: mandare il tycoon a Washington.

La domanda è: Facebook non poteva fare nulla per impedire tale comunicazione unilaterale, fortemente sbilanciata a favore del partito repubblicano?

Più dipendenti, più controllo

Probabilmente si ma le risorse a disposizione non hanno permesso di seguire per bene l’evolversi della situazione. Inoltre, non era mai successo che uno stato estero intraprendesse una simile strategia per interferire in fatti di politica interna, sfruttando, ed è un vero paradosso, il servizio web made in USA per eccellenza. Impreparati, questo è il termine che meglio descrive il lavoro del colosso di internet nei mesi della corsa alla Casa Bianca.

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Un esempio di post sponsorizzato su Instagram – Credits: Instagram

Rivedere il modello di business

Non è chiaro dove andrà a parare il social network con le migliaia di professionalità da integrare nei prossimi mesi. Precisamente i controlli su cosa si concentreranno? Ad oggi per creare un’inserzione su Facebook non serve che un account e un metodo di pagamento accettato, anche PayPal.

Tra i contenuti vietati non ci sono temi politici e un’agenzia con sede a Mosca può tranquillamente creare un post sponsorizzato per promuovere un candidato invece di un altro, senza incorrere in limitazioni di sorta.

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Fake news e fake adv

La questione non è semplice. La strada scelta da Facebook è quella del controllo a priori su macro-argomenti; via percorribile con pochi mezzi e in tempo breve. Sono vietati i contenuti espressamente anti-etici: pedofilia, sesso, razzismo, uso di droghe, violenza, propaganda terroristica e in generale ogni tipo di post contrario alle policy del vivere civile. Allargare il raggio di azione della censura sarebbe esso stesso censura, un attacco frontale alla libertà di espressione.

Capacità umane

Un algoritmo, seppur avanzato, non può certo intervenire in casi del genere, assai complessi. Ma 10 mila persone si, hanno capacità analitiche su contesti ampi, che necessitano di indagini approfondite su: provenienza dell’account che ha lanciato l’adv, dei conti utilizzati per i pagamento, delle finalità della comunicazione ed eventuali collegamenti con altri banner. Insomma, un processo lungo e per nulla semplice, che nel caso delle elezioni del 2016 sarebbe giunto alle conclusioni odierne probabilmente dopo mesi, ovvero con Trump già seduto in poltrona. Il sistema è certamente migliorabile e Zuck starà pensando proprio a questo.

E anche il Regno Unito…

Come se non bastasse, oltre alle evidenze del coinvolgimento di un’agenzia internet russa nella creazione dei social adv pro-Trump, ora anche il Regno Unito si interroga sulle possibili interferenze di Mosca sul voto della Brexit. Bob Posner, direttore del settore politica e finanza della commissione elettorale di Londra, ha lanciato un monito: “È nell’interesse di tutti capire se vi sia stata l’adeguata trasparenza nei confronti degli elettori sui social, nel comunicare benefici e rischi dell’uscire dall’Europa”. Siamo in una fase primordiale ma Facebook e Twitter, come accaduto negli USA, sono stati già chiamati a collaborare nel prosieguo delle indagini.

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