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Huawei P20 Pro: a cosa servono le tre fotocamere posteriori

Innovazione utile o trovata di marketing? Proviamo a fare chiarezza

Huawei P20 Pro

Roberto Catania

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Ma avevamo davvero bisogno di un’altra fotocamera sul nostro smartphone? Quella che a prima vista potrebbe sembrare la solita trovata di marketing - stiamo ovviamente parlando delle tre fotocamere posteriori del nuovo Huawei P20 Pro - nasconde in realtà un suo fondamento logico.

Il punto di partenza è che un telefono non è una fotocamera

Partiamo da un premessa. Per quanto evoluto, un telefono è (e sarà) sempre più limitato rispetto a una macchina fotografica tradizionale. Lo è per le dimensioni del sensore - ricordiamoci che un sensore più grande cattura più luce di un'unità più piccola e che i migliori telefonini oggi in commercio hanno sensori con misure da 30 a 50 volte minori rispetto a una fotocamera professionale full frame -, ma anche per qualità della stabilizzazione e delle ottiche.

Per ovviare a questi limiti oggettivi, i produttori di smartphone stanno perseguendo già da qualche tempo la strada dell’elaborazione elettronica. Non potendo giocare ad armi pari con una reflex o una fotocamera mirrorless, insomma, i telefoni di ultima generazione stanno cercando di sfruttare al meglio la loro intelligenza (soprattutto quella artificiale) per combinare nel miglior modo possibile tutte le informazioni acquisite nello scatto. E qui veniamo alle tre fotocamere dal Huawei P20 Pro.

Perché 3 è meglio di 1

Come vi abbiamo raccontato in fase di presentazione, l’ultimo portacolori della società cinese integra sul suo lato B ben tre fotocamere Leica rispettivamente da 40, 20 e 8 megapixel. Le differenze fra le tre unità non riguardano solo la risoluzione ma anche le diverse informazioni catturate da ciascun sensore.

Il primo, da 40 megapixel, è quello che potremmo definire lo standard, l’unità che si occupa di acquisire le immagini a colori alla massima risoluzione; il secondo, un sensore monocromatico da 20 megapixel, massimizza luminosità e dettagli essendo privo di quel filtro che nelle fotocamere normali presiede alla ripartizione del colore (il cosiddetto filtrodi Bayer): l’ultimo, da 8 megapixel, sta dietro all’unico obiettivo con lunghezza focale maggiorata (pari a 3 volte l’ottica standard), scelta che - come abbiamo visto su molti altri modelli di ultima generazione - risponde invece alla necessità di “avvicinare” soggetti che fisicamente sono piuttosto lontani dall’obiettivo, senza però ricorrere ad artificiosi zoom digitali.

In definitiva: lo scatto finale partorito dal P20 Pro è il frutto del lavoro di tre fotocamere indipendenti che forniscono - o meglio - dovrebbero fornire tutte le informazioni utili (a livello di dettaglio, colore, profondità, luminosità) per la creazione dello scatto “perfetto”.

Ci penserà il processore di immagini a prelevare i dati richiesti e a combinarli a seconda del risultato desiderato. Così, ad esempio, in una giornata di sole, verranno utilizzate con ogni probabilità solo le informazioni della foto a colori generata dall’unità principale da 40 megapixel; per una foto notturna verrà privilegiato lo scatto proveniente dalla fotocamera in bianco e nero; per una foto ravvicinata a 5x il P20 Pro provvederà invece a combinare l’immagine del teleobiettivo 3x con un crop a 2x della fotocamera standard.

Il ruolo dell'intelligenza artificiale

Le tre fotocamere, dunque, rappresentano l’incipit del processo fotografico operato dal P20 Pro. Il resto della storia avviene nell’unità di elaborazione del telefono, laddove - tra le altre cose - si inserisce anche il contributo dell’intelligenza artificiale. La volontà di Huawei a questo riguardo è molto chiara: in tutte quelle situazioni estreme in cui i sensori di un telefono fanno fatica, è il caso di una foto al buio o in condizioni di scarsa luminosità, l’AI può migliorare di parecchio il risultato.

L’esempio più illuminante è quello che riguarda la foto notturna. Impostando il P20 Pro in modalità Notte, il telefono effettuerà uno scatto con un tempo di esposizione piuttosto lungo (circa 5 secondi), con una differenza, però, rispetto al passato: l’intelligenza artificiale andrà a compensare tutti i piccoli e grandi movimenti della nostra mano che in casi come questi sono responsabili del micro e del macro-mosso. Il risultato sarà una foto più luminosa che sembra scattata col cavalletto (o comunque su un supporto stabile).

Conclusioni

Avere tre fotocamere è un buon escamotage per ovviare a tutti quei limiti oggettivi che un telefono si porta dietro per ovvie ragioni di ingombro. Altrettanto importante è però il contributo fornito dal processore di immagine e dall’intelligenza artificiale, soprattutto quando si tratta di combinare le informazioni di scatto. Anzi, si può serenamente dire che il vero valore aggiunto del P20 Pro stia proprio nella combinazione delle tre immagini acquisite dalle fotocamere posteriori.

In definitiva. Il P20 Pro non avrà ancora la qualità di una reflex professionale, ma rappresenta un buon primo passo per risolvere - con intelligenza e anche un po' di furbizia - tute quelle piccole e grandi magagne che finora hanno un po’ condizionato la nostra esperienza di scatto in formato tascabile.

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