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Tim Cook a Firenze parla di tasse e Trump, poi omaggia Steve Jobs

Il numero uno di Apple risponde alle domande degli studenti italiani, spaziando tra il futuro della tecnologia, la cronaca e i ricordi

da Firenze

Arriva come una rockstar, mentre il brano «Chandelier» di Sia va a tutto volume, riempendo la sala del già gremitissimo cinema Odeon. Un boato lo accompagna quando si affaccia in platea, un lunghissimo applauso lo scorta su fino al palco, in un ingresso dal battito quasi messianico. Serissima camicia nera smentita da un paio di calzini a righe dalle fantasie irregolari, nell’abbigliamento di Tim Cook si riflette il passo della serata: considerazioni puntuali su tasse, politica, ruolo e futuro della tecnologia; note leggere, a tratti profonde e appena un po’ scanzonate, lungo divagazioni di vita personale.

Il Cook intimo

Quasi subito, il Ceo dell’azienda con la più alta capitalizzazione al mondo ricorda di essere partito dal nulla o quasi nulla, da una famiglia di classe medio-bassa: «Mio padre lavorava duro ogni giorno» ricorda. E lui, di fronte a quell’esempio di fatica, si ripeteva che direzione prendere per scolpire il suo destino: trovare qualcosa che amasse davvero e fare di tutto per realizzarla. Fino a riuscirci. Fiero di essere gay, con la giusta comprensibile dose di solitudine, almeno da piccolo: «Ma avevo fede che ci fossero altre persone come me». La stessa fiducia che deve sentire dentro, ecco l’invito di Cook, chiunque si senta diverso.

E però non è un incontro al caminetto con il top manager, non è un intimo angolo delle confessioni. In sala, nell’evento organizzato da Andrea Ceccherini dell’Osservatorio permanente giovani-editori, ci sono mille ragazzi da tutta Italia. Che fanno il giusto brusio, per una buona metà non usano gli auricolari ascoltando l’ospite d’onore nella sua lingua madre, quasi tutti ponendogli domande in un ottimo inglese. Punzecchiandolo, persino: sul fatto di utilizzare display altrui, di fatto foraggiando la concorrenza. «Ma l’iPhone X è incredibile» scandisce tirandolo fuori dalla tasca: «Penso farà bene» dice ancora con una nota personale, senza pescare nel linguaggio commerciale. Diventando didascalico quando un altro studente chiede conto dell’ingente differenza di prezzo dei nuovi iPhone tra un mercato e l’altro. «Dipende dalle tasse da Paese e Paese» spiega il numero uno di Cupertino.

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Tim Cook con Andrea Ceccherini, presidente dell'Osservatorio permanente giovani – editori

La questione delle tasse

Quanto a quelle dovute dalla sua azienda, ricorda che ne versa moltissime. Più di chiunque altro. «Il punto non è quanto paghiamo, ma a chi le paghiamo». Dove si crea il valore, dunque dove risiede la ricerca e lo sviluppo, in California, negli Stati Uniti, ragiona Cook. «Però il sistema» ammette «deve essere ripensato. Solo, non siamo d’accordo con chi vuole cambiare le leggi del passato». Va bene speculare di futuro, sanzionando il pregresso si andrebbe a scontrarsi contro la «rule of law». A ledere quella certezza delle norme da lui invocata.

Dal diritto alla politica, con un dardo un po’ appuntito verso Trump, a proposito della strage di Las Vegas: «Per me è terrorismo. Non distinguo tra quello nazionale e internazionale. Non basta esprimere solidarietà alle vittime. Dobbiamo fare un passo indietro e chiederci perché queste cose accadano». Non cita esplicitamente l’eccesso di diffusione, il livello preoccupante delle armi in America, ma sottende questo e altri temi connessi quando dice che «ogni soggetto, ogni tema tende a essere politicizzato. Occorre che un gruppo di persone ragionevoli si uniscano, facciano squadra per risolvere situazioni di questo tipo. Sono ottimista che ciò possa accadere».

Le fake news

A proposito di polarizzazione dei punti di vista, entra nel tema delle «fake news», delle notizie false che circolano in rete, si spargono sui dispositivi che portiamo in tasca o teniamo sulla scrivania. «Sono molto peggio di quello che potevamo immaginare» dice Cook: «Il vero danno è che aumentano le divisioni. E quando un gruppo si oppone all’altro, non succede nulla di buono. Come cittadini, dobbiamo imparare a essere scettici di fronte a quello che leggiamo. Mantenendo l’umiltà che qualcuno possa avere un’idea migliore della nostra».

C’è il ragazzo che evidentemente vorrebbe lavorare per la sua società, gli chiede come entrare, o almeno provarci, e il ceo gli consenga qualche dritta: «Impara a programmare. Lo consigliamo a tutti, anche a chi si occupa di marketing o comunicazione. Almeno le basi. E poi impegnati. Studia. Quando hai finito mandaci il curriculum». C’è chi gli domanda cosa sia il potere e come si sente ad averne in mano, a gestirne così tanto: «Coincide» minimizza «con la capacità di influenzare altre persone. In questo senso, tutti ne abbiamo».

A proposito di potere, difende con fermezza la decisione di Apple di mantenere crittografati i dati all’interno dei suoi dispositivi. Non fornendo una via per sbloccarli nemmeno sotto esplicito invito delle autorità: «Se qualcuno avesse una chiave, sarebbe l’oggetto da rubare più desiderabile al mondo. Non si tratta di privacy, ma di sicurezza».


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Un ragazzo in platea fa una domanda a Tim Cook – Credits: Marco Morello

La realtà aumentata

Angolo del marketing, ma con eleganza e contenuto, quando ricorda che le innovazioni della mela non sono ancorate all’ultimo prodotto, ma vengono rilasciate come un aggiornamento gratuito anche alle generazioni precedenti. Come dire, conviene far parte della famiglia: «Se avete un iPhone, e spero lo abbiate, saprete che…» è la simpatica chiosa.

Lodi robuste pure per la realtà aumentata, tra le principali novità del melafonino. Cook l’aggancia all’istruzione, il motivo della serata fiorentina: «Possiamo parlare di qualcosa avvenuto nella storia e ci compare davanti». Sullo schermo, s’intende. In modo condiviso: «Non isola come la realtà virtuale» e qui il riferimento, la frecciatina, pare andare alla galassia Facebook, che insiste sui nessi social della sua piattaforma e dei suoi visori. Scettici sul fenomeno Ar? «Nel 2008, quando abbiamo lanciato App Store» ricorda Cook «non usavamo applicazioni. Oggi non potremmo immaginare una vita senza. Penso che la realtà aumentata, come portata, sarà altrettanto vasta».

«Fallisco ogni giorno. Fa parte del lavoro e della vita. Non è la fine. Non è definitivo. Passa»

Il ricordo di Steve Jobs

Il momento più intenso, non stucchevole, non commovente, solo profondo, è quando parla di Steve Jobs. La domanda è se ha mai temuto di non essere all’altezza del suo predecessore, di naufragare. La risposta è nel regalo che il padre della mela gli ha consegnato a parole sei settimane prima di morire. «Mi ha detto: non pensare a cosa farei io. Fai quello che sei». Così, ha imparato a convivere con la fallibilità: «Fallisco ogni giorno. Fa parte del lavoro e della vita. Non è la fine. Non è definitivo. Passa». Ci sono dozzine di ragazzi che avrebbero ancora una domanda, il tempo è scaduto, l’entusiasmo si riversa nei selfie finali, nel bagno di folla. Tim Cook scende tra loro e si concede a lungo. Non si sottrae, non è Steve Jobs. Anche in questo modo, continua ad affermare sé stesso.

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