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Facebook spia i nostri microfoni? Il social si difende

L’azienda accusata di ascoltare le conversazioni degli iscritti a scopo di marketing. Tutto è possibile ma questo sembra troppo

In che modo Facebook sceglie i banner pubblicitari da visualizzare sul news feed? Finora le due opzioni possibili erano: big data e metadata. Con i primi intendiamo le informazioni raccolte un po’ ovunque sulle app che appartengono al gruppo, dal social per eccellenza a Instagram e WhatsApp; con il secondo gli elementi che derivano dalla navigazione web, la semplice cronologia per cui se cerchiamo un orsacchiotto peluche su Amazon, subito dopo troveremo la stessa inserzione o una simile anche su Facebook.

La teoria del monitoraggio

Da un paio anni circola in rete una terza possibilità, che nelle ultime ore sta assumendo contorni davvero inquietanti, dal punto di vista della privacy. Un giornalista molto seguito negli USA, conosciuto come PJ Vogt, ha twittato Credete che Facebook utilizzi il vostro microfono a scopo di marketing?

Molto stranamente, e in contrasto con le politiche delle grandi compagnie hi-tech, un dipendente della multinazionale, Rob Goldman, vice presidente della divisione Pubblicità di Facebook. ha scritto Io mi occupo delle strategie di marketing e posso dire che non abbiamo mai fatto uso, né mai faremo, del microfono degli utenti per diffondere banner individuali.

I motivi tecnici

Eppure il dubbio, mai come di questi tempi, è lecito. Il primo motivo è tecnologico: Facebook, come altri concorrenti blasonati, avrebbe tutte le possibilità di compiere un’operazione del genere. Se esistono malware in grado di attivare il microfono e la fotocamera del telefono senza che il possessore se ne accorga, non vediamo perché non possa farlo Zuckerberg, con le risorse che si ritrova.

I motivi pratici

Quante volte vi è successo di trovare un adv (advertising in inglese) su Facebook che corrisponde esattamente a quanto detto poco prima ad un amico o parente, senza averne mai discusso sulla piattaforma o su Messenger, su WhatsApp, insomma in nessuno luogo digitale? La teoria dell’orecchio continuamente aperto del social nei confronti dei suoi iscritti risale almeno al 2015 ma è nell’agosto del 2016 che la questione è divenuta davvero preoccupante.

La prova sul campo

La scorsa estate in un giorno qualunque, l’utente YouTube Neville Black e la moglie, hanno parlato dinanzi al loro iPhone per circa un’ora di un argomento fuori dai loro discorsi abituali: gatti. Dopo un paio di giorni, lo smartphone dell’uomo ha cominciato a mostrare, nell’app di Facebook, inserzioni testuali e video di felini, come mai fino a quel momento. Non può essere casuale: i due tester hanno riprovato l’esperimento utilizzando parole chiave diverse nelle conversazioni, con risultati identici: annunci a tema.

La spiegazione sociale

Da un anno a questa parte, sono stati interpellati vari esperti di campi differenti per spiegare la tendenza degli adv a combaciare troppo spesso con le parole dette ad alta voce. C’è chi, come David Hand, professore di matematica di Londra intervistato dalla BBC, parla di fenomeno illusorio di frequenza o effetto Baader-Meinhof. Si tratta di una motivazione scientifica che afferma come qualcosa di cui siamo venuti a conoscenza di recente sembra apparire con maggiore frequenza nella nostra vita, a livelli differenti.

Un po’ quello che i sociologi intendono per costruzione sociale della realtà, che tende a giustificare l’autodeterminismo di alcuni eventi, ad esempio quelli descritti in un comune oroscopo, come un’involontaria volontà che questi avvengano, con il soggetto interessato che, quasi senza accorgersene, fa di tutto perché quell’azione che vede già proiettata nella sua vita si realizzi concretamente.

Ma non basta

Basta questo a risolvere il mistero delle pubblicità così precise su Facebook? No, assolutamente. Un conto è discutere di momenti, sentimenti, parvenze, attenzioni e un altro scontrarsi con l’evidenza di un fatto tangibile: un banner che si basa su qualcosa di assolutamente incomprensibile e che non sembra avere basi digitali (dati, sorgenti) autentiche.

Scandalo globale

Ma non possiamo pensare che Facebook sfrutti una strategia del genere. I danni, sia economici che morali, sarebbero molto pesanti a livello globale. Cosa è successo allora? Le spiegazioni potrebbero essere tante e tra queste si inserirebbe anche Google con il suo riconoscimento vocale. Sappiamo infatti che gli smartphone Android registrano periodicamente la voce degli utenti anche quando questi non lo richiedono con Ok Google.

Quello che Big G ha memorizzato per ognuno di noi è qua: Audio Activity. Google condivide tali informazioni con l’azienda di Zuckerberg? Forse si, forse no, ma le strade dei metadati sono davvero infinite. E Siri, Bixby, Cortana? Se c’è un assistente virtuale disposto ad aiutarci in ogni momento vuol dire che conosce abbastanza di noi per farlo. E probabilmente un giorno ce ne pentiremo.

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