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Huawei, perché gli Usa hanno concesso altri 90 giorni di proroga

Le conseguenze del rinvio al divieto di fare affari con il colosso cinese imposto alle aziende americane: chi ci guadagna e quali sono le prospettive

Huawei-apertura

Marco Morello

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Tutto rimandato, come minimo per altri 90 giorni: fino a novembre Huawei potrà continuare a comprare beni e usare in pieno i servizi dalle aziende americane. È la seconda proroga di tre mesi concessa all’azienda cinese dal governo statunitense, dopo l’inserimento nella blacklist avvenuto lo scorso maggio. La notizia, trapelata nei giorni scorsi, è dunque confermata: nonostante la rigidità delle dichiarazioni ufficiali, pur rimanendo intatta l’ostilità del presidente Usa Trump verso il colosso delle tlc d’Oriente accusata di spionaggio, i ponti non si tagliano. Rimangono in piedi quantomeno fino al prossimo capitolo di quella che, sempre più, sta diventando una telenovela. Anzi, un giallo con un finale tutto da scrivere.

Gli interessi degli Stati Uniti

In verità, non la pensa così Wilbur Ross, il segretario al Commercio statunitense. Non ci sono marce indietro da registrare, né esiti imprevedibili, ma un unico, ampio atto di coerenza. Pur essendo di fatto un regalo a Huawei, per Washington i 90 giorni sono un favore fatto alle aziende americane, che così avranno altri tre mesi per poter riorganizzare il loro business prima di un eventuale smottamento economico. Perché di questo si tratterebbe: per quanto venga raccontato come uno sgambetto ai cinesi, sbattergli la porta in faccia significherebbe rinunciare, come minimo, a 11 miliardi di dollari l’anno. Tanto ha speso di componenti il gigante di Shenzhen nel 2018 distribuendoli tra nomi noti come Qualcomm, Intel e tanti altri fornitori grandi, medi e piccoli.

Il quadro è più ampio

Difficile pronosticare come andrà a finire, perché l’azione s’inserisce nella più vasta guerra delle tariffe tra Cina e Stati Uniti, un braccio di ferro in cui i due presidenti stanno continuando a battersi. E di cui Huawei è uno degli argomenti chiave. La sorpresa è che, al suo fianco, potrebbe trovare un alleato fin qui impronosticabile: la Apple. Lo scorso venerdì, il Ceo della Mela Tim Cook ha incontrato a cena Donald Trump e gli ha fatto notare che molti prodotti come iPhone e dintorni sono assemblati in Cina, perciò sono sottoposti a varie tasse d’importazione negli Usa. Che succederebbe se la situazione s’inasprisse ancora di più? Peraltro il balzello non pesa su Samsung, che invece opera in Sud Corea ed è ancora considerato da Apple come il principale rivale. Qual è il nesso? Poiché tariffe e caso Huawei vanno abbastanza di pari passo, è possibile che alleggerire le prime possa sbloccare dalle catene la seconda. Specie perché il governo cinese ha molto a cuore le sorti del suo fiore all’occhiello tecnologico.

Le contromosse di Huawei

Presentando il suo sistema operativo HarmonyOS, Huawei ha fatto comunque capire di avere già in cantiere il suo piano b. Sta immaginando un futuro senza Android, con un suo software autonomo affrancato da Google e un hardware costruito con forze locali e altri partner internazionali. Per quanto tre mesi non rappresentino un’era geologica ma giusto un breve intermezzo, daranno modo all’azienda di consolidare questa strategia. E tra conferenze stampa e keynote (molto atteso quello del Ceo del consumer business group Richard Yu, in programma all’Ifa di Berlino il prossimo 6 settembre), mostrare i muscoli. Cesellare i confini della sua indipendenza. Non auspicata, tutt’altro, ma inevitabile se necessaria.

Gli alleati americani

Facile a dirsi, non del tutto a farsi: parlando alla Cnbc, Crawford Del Prete, presidente della prestigiosa società di ricerche di mercato IDC, ha rilevato che le linee di prodotto di Huawei, inclusi gli strumenti per le telecomunicazioni, i server e ampi dintorni poggiano su «catene di fornitura molto complesse e su una tecnologia che ha tempi di consegna molto, molto lunghi». Significa che, lato Cina, per attrezzarsi a costruire alternative valide servono ben più di tre mesi. O sei mesi, facendo partire l’orologio da maggio, da quando è scoppiata la vicenda. Ma è altrettanto vero che le stesse aziende americane potrebbero farsene ben poco di appena 90 giorni in più. E dunque potrebbero essere loro le prime a continuare a premere sul Governo Usa affinché non gli metta i bastoni tra le ruote, non gli impedisca di vendere forniture pronte solo una volta scaduta la proroga. Del Prete è d’accordo: più che le logiche di politica estera, per Huawei potrebbero essere decisivi gli interessi delle società a stelle e strisce e la loro capacità d’imporsi davanti all’amministrazione Trump. Specie se quelle società hanno nomi non proprio di secondo piano come Intel, Qualcomm, Google, persino Apple.   

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