Smartphone & Tablet

Huawei, il Mate 30 Pro può farcela anche senza le app di Google?

La casa cinese sta incentivando lo sviluppo della sua AppGallery. E comunque Gmail, YouTube e Maps si potranno ancora usare

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Marco Morello

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Una delle vie d’uscita l’ha indicata lo stesso Richard Yu, parlando a margine della presentazione della nuova serie Mate 30: come riportato anche dall’agenzia Reuters, il Ceo della divisione consumer di Huawei ha confermato che lo smartphone non avrà accesso diretto alle app di Google, ma che «gli utenti potranno guardare YouTube tramite il browser». E, possiamo aggiungere, lo stesso lo si potrà fare con Maps (provate voi stessi con Firefox o con il browser preinstallato sul vostro telefono, sì c’è anche il traffico in tempo reale) e il Calendario. Non sono applicazioni, ma basta creare un collegamento sulla schermata principale dello smartphone, avrete un’iconcina e saranno accessibili con un solo tocco. Lo stesso discorso vale per Gmail, inoltre configurabile in un client per la posta elettronica, mentre i propri file si potranno salvare su altri servizi cloud come Dropbox, le foto su Amazon Photos (che offre spazio illimitato per i clienti Prime), mentre il backup lo offre di serie la stessa Huawei.

Via d’uscita o totale eresia?

Insomma, anche se non ci fossero clamorose svolte nella vicenda del ban imposto dal presidente Trump alle aziende americane che gli impedisce di fare affari con la casa cinese, se il Mate 30 Pro arrivasse in Italia privo della possibilità di scaricare e installare in via ufficiale le app di Google, si potrebbe provare a viverci senza, non per questo rinunciando ai servizi principali che la piattaforma offre. Bensì attingendo a essi tramite una via secondaria. Accessoria. Ipotesi questa che è un’eresia secondo alcuni analisti, pronti a chiamare in causa la pigrizia congenita degli utenti – anche solo salvare Maps tra i preferiti del browser è vista come una manovra esageratamente energivora – per preconizzare il naufragio di tutta la famiglia dei top di gamma di Huawei. Che, invece, ha potenziale da vendere per specifiche tecniche davvero notevoli, un nuovo standard da battere secondo i primi approfondimenti tecnici, a cominciare dal comparto fotografico, fino allo schermo e al processore velocissimo che lo accende.

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Lo spessore del telefono con lo schermo che curva sul bordo – Credits: Marco Morello

Quel miliardo sul piatto

Lato altre applicazioni, non dovrebbero esserci sorprese. Yu ha assicurato, citandole puntualmente, che «Facebook, WhatsApp e Instagram saranno scaricabili da altri negozi digitali». A cominciare da AppGallery, quello proprietario dell’azienda di Shenzhen, che gli acquirenti del Mate 30 Pro e del Mate 30 troveranno preinstallato sul loro telefono (a differenza del Play Store di Google), come già avviene per i modelli precedenti e quelli marchiati Honor. AppGallery ha già a bordo 45 mila titoli, di questi 11 mila tra i più gettonati sul mercato, ha 390 milioni di utenti attivi al mese e ha superato i 180 miliardi di download l’anno. Insomma, è tutt’altro che un deserto. Vero, è affollato soprattutto di software cinesi – il mercato di riferimento per il brand – ma l’intenzione è popolarlo sempre di più attraendo gli sviluppatori non solo con le parole, ma con 51 soluzioni pensate per loro per adattare facilmente le loro creature alla piattaforma. E, soprattutto, tramite un doppio incentivo concreto: un miliardo di dollari d’investimento, l’80 per cento dei quali versato fuori dalla Cina. Nessuno sciovinismo. Commissioni per ogni vendita realizzata su AppGallery «pari al 15 per cento, la metà di quanto chiedono Apple e Google» ha ricordato Yu. Insomma, per gli sviluppatori c’è solo da guadagnarci.

Huawei continua a crescere

Come pare evidente, l’idea di Huawei è che non dovrà andare a catturarli a uno a uno, saranno loro a fare la fila, o quasi, per essere su AppGallery. Specie se potranno aprire uno sbocco inedito, un’opportunità di business ulteriore ai loro lavori. Non più tramite il tradizionale canale di Google, se davvero il Play Store resterà bandito dai confini di Huawei. Azienda che resta un gigante: lo dicono i numeri, ha venduto più di 16 milioni di pezzi della serie Mate 20 e più di 17 milioni della serie P30; tra gennaio e agosto di quest’anno, è cresciuta del 249 per cento nel comparto pc, del 278 per cento negli indossabili e del 26 per cento negli smartphone, nonostante la tempesta che gli è soffiata addosso dagli Stati Uniti. Oltre alla caparbietà, ha le risorse per non arrendersi senza lottare.

Scorciatoie verso Google

Fin qui siamo rimasti nel terreno dei fatti, di quello che Huawei intende fare e di quanto gli utenti già possono raggiungere con semplici strumenti tecnici a loro disposizione. Scavando un minimo nella rete, si scopre che installare le app di Google tramite vie non canoniche non è poi così difficile. Di certo non è impossibile. Molto dipenderà da quanto l’azienda americana si metterà a sbarrare le porte ai trasgressori, chiamiamoli così, che comunque gli portano soldi e sono suoi fedelissimi. Non regge o tiene solo in parte il paragone con il famoso pezzotto per vedere a sbafo la tv digitale: il colosso di Mountain View è altrettanto danneggiato dal ban. Non può assolutamente, in quanto azienda americana, disobbedire in maniera palese ai divieti del presidente Trump, però tollerare scorciatoie al di fuori del suo apparente controllo, questo sì. E chiariamolo, qui non si sta incoraggiando né suggerendo nulla, solo osservando delle situazioni reali: giacché far funzionare il pezzotto di cui sopra richiedeva comunque un minimo di abilità tecniche, in quel terreno gli utenti pigroni non sono sembrati poi così incapaci o intimoriti. Forse la pigrizia reale dipende solo dal livello di ricompensa che, mettendola da parte, ci si garantisce.  

Verso un terzo polo?

Tutto ciò vale a oggi, domani il quadro potrebbe essere molto diverso. Viviamo in un ecosistema in cui si fa shopping di app essenzialmente da due grandi centri commerciali, uno più piccolo con l’insegna di Apple, un altro mastodontico con quella di Google. Huawei sembra quasi una start-up furiosa e arrembante che, vista la situazione, sta mettendo le fondamenta per un terzo polo con un catalogo per ora più ridotto ma con prezzi vantaggiosi. Più che per i clienti, per i suoi grossisti, i fornitori della materia prima, le applicazioni. Gli esempi di Amazon e Windows, nel recente passato, hanno dimostrato che tentare di scardinare quel duopolio è una missione abbastanza complessa, se non impossibile, ma la casa cinese sta mettendo sul piatto tutti gli ingredienti per tentare la scalata: un nuovo sistema operativo, una galassia di prodotti che vanno dagli indossabili (a Monaco ha presentato il Watch GT 2, alimentato da un chip proprietario e batteria che dura una settimana), fino a una televisione (si chiama Vision ed è uno smartphone di taglia xxl, con schermo 4K, audio surround a bordo e intelligenza artificiale di serie). Se nel pacchetto si contano le reti 5G e le infrastrutture, Huawei è quantomeno accreditata per provarci legittimamente. L’ultima parola spetterà ai suoi utenti.

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