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Videogiochi

A scuola di videogame si trova lavoro

Una giornata nella Digital Bros Academy, dove gli studenti imparano a creare giochi per rispondere alla chiamata di un'industria in crescita

La differenza sta nel vocabolario. Non è esattamente una scuola, piuttosto è una serra: «Dove coltiviamo qualità e talento». La teoria c’è, ma conta soprattutto la pratica: «L’approccio è hands-on, learning by doing. S’impara facendo. Solo così si può essere davvero job ready». L’opposto, purtroppo, di tanti atenei nostrani.

È la ragion pratica, oltre al passaporto, a far perdonare l’eccesso di anglismi a Geoffrey Davis, americano di Kansas City, arrivato in Italia dopo un pedaggio di cinque anni a Londra. Occhiali invisibili davanti a uno sguardo sinceramente entusiasta, è il direttore generale della Digital Bros Game Academy. Qualcosa oltre un corso di formazione: una rampa di lancio e benzina per il mercato dei videogiochi. Che di carburante ha sete e bisogno.

È un settore che dovrebbe valere più di 90 miliardi di dollari a livello mondiale nel 2015, destinati a diventare 107 nel 2017. Le cui vendite sono due volte e mezzo quelle dei biglietti del cinema (24 miliardi contro 10) e che vede l’Italia al quarto posto in Europa (20 miliardi di biglietti verdi il giro d’affari nel Vecchio Continente) per il consumo di titoli. Una vitalità che non si spegnerà in futuro e che, solo negli ultimi tre anni, ha visto nascere 37 studi di sviluppo e ha creato 700 nuovi occupati.

Molti altri ne servono visto il boom del mobile, app e dintorni, vista la cosiddetta «gamification»: le aziende hanno capito che, intrattenimento a parte, giocare insegna ai dipendenti. Innanzitutto, a fare squadra ed essere più produttivi. Perciò, nel 2016, multinazionali e non spenderanno fino a 2,8 miliardi di dollari in contenuti, 28 volte di più rispetto a quanto investivano nel 2010. Serviranno creatori, idee. Altra benzina, appunto.

Per una volta l’eccesso di numeri conforta la passione che si respira in questa palazzina alla semiperiferia di Milano, dove dallo scorso marzo 28 ragazzi da otto regioni d’Italia, un’isola compresa, stanno spennellando cemento sul loro futuro. Hanno un’età media di 25 anni, gli uomini battono le donne 23 a 5, tre volte a settimana fanno lezioni di teoria da quattro ore, per il resto è come se fossero già alla scrivania di un’azienda. Imparano a disegnare un gioco, a svilupparlo, a programmarlo. Seguono seminari con tutti i rappresentanti dell’industria, costruiscono il loro portfolio di progetti. Varrà, esauriti i dodici mesi del percorso, più dell’attestato di frequenza e profitto riconosciuto dalla legge. Sarà un curriculum completo, sensato, dinamico, al passo con i tempi.

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Un momento di una lezione della Digital Bros Game Academy – Credits: Digital Bros

A qualcuno non servirà neanche. Mattia, 21 anni, da Ivrea, ha già trovato lavoro. «In uno studio di sviluppo per dispositivi mobili» racconta. «Mi sono avvicinato all’accademia spinto dalla passione e dalla curiosità». Sono diventate prospettive. Non è l’unico: si augurano di imitarlo Elia, 24 anni, da Salò, in arrivo dall’edilizia; o Rossana, varesina, 28 anni, trascorsi nel cinema e nell’organizzazione di eventi. «Ma mancavano le opportunità». Tutti si sono messi in gioco con i giochi. Da zero. Perché i corsi sono per tutti, non solo per smanettoni: «Se hanno qualche esperienza, il vantaggio è quantificabile in un 5 per cento» sussurrano i tutor in pausa caffè. 

I ragazzi hanno vinto la battaglia della diffidenza con sé stessi e soprattutto quella dei genitori, che all’inizio non capivano. O se capivano, faticavano a prenderli sul serio. «Abbiamo brochure dedicate ai parenti» commenta Davis «ma le reticenze cadono di corsa. Leggono i numeri, comprendono il nostro approccio, si convincono subito».

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Da sinistra i trainer Ludovico Cellentani, Massimo Ribattezzato e Simone Magni. Con loro Geoffrey M. Davis, direttore generale della Digital Bros Game Academy – Credits: Digital Bros

Sarebbe da insegnare ai rettori il metodo di questa Game Academy, ossessionata dalla voglia di occupare i suoi iscritti. Di non lasciarli a spasso. «Insegniamo loro» continua Davis «a portare sempre con sé i biglietti da visita, a proporsi per i tirocini, insomma a non essere timidi». Alla fine, niente tesi, ma uno speed dating. Non per trovare l’amore, non esageriamo. Si tratta di spiccioli di tempo ben contingentati per dare modo a ciascuno degli iscritti di raccontarsi ai tanti partner che supportano l’iniziativa: due dozzine di nomi, praticamente la maggior parte delle eccellenze nostrane in materia, più il bonus di rocce come il Politecnico di Milano e la Siam, la Società d’incoraggiamento d’arti e mestieri, per chi non si sente sicuro senza il francobollo istituzionale.

Non servirebbe nemmeno, tutto sommato. L’organizzazione è firmata Digital Bros, nome di riferimento e leader nel Bel Paese per publishing, distribuzione e sviluppo di videogame, quotata a Piazza Affari, con 250 dipendenti in sei nazioni e un asse consolidato tra Milano, Londra e Los Angeles, perché guardare oltreconfine in un business senza confini è cosa giusta e buona. 

«L’Italia è uno dei primi Paesi in cui si consumano giochi, ma c’è un disallineamento con la produzione» rimarca Raphael Galante, ceo di Digital Bros. «Bisogna educare i nuovi talenti» aggiunge «incoraggiandoli anche a fare squadra, a creare loro stessi uno studio di sviluppo». E se non lo dice, Galante lo sottintende: è ovvio che i più meritevoli potranno diventare le nuove leve di Digital Bros. «I grandi talenti» insiste «vanno trattenuti nella nostra industria, dobbiamo fare in modo che i migliori non decidano di scappare all’estero». Niente gabbie o manette contro la solita fuga di cervelli, ma un’alternativa degna almeno sì.

«I grandi talenti vanno trattenuti nella nostra industria, dobbiamo fare in modo che i migliori non decidano di scappare all’estero»

Tre i corsi dell’accademia, per altrettanti ruoli chiave: «Game designer»; «Artist & animator»; «Game developer». In ordine non alfabetico ma di popolazione, almeno di questo primo ciclo. Nello specifico: diciotto iscritti, sette e solo tre per quello che invece è uno dei più promettenti in fatto di sbocchi. Sarà che lo schermo nero, spoglio di cromie, che i fastelli di righe di codice difettano di magnetismo. Eppure Ludovico Cellentani, l’insegnante, pardon il core trainer, un’esperienza robustissima sulle spalle anche in California, è bravo a spargere qualche granello di poesia: «In fondo è come imparare una nuova lingua, con la sua semantica, la sua sintassi. Il codice permette di strutturare i mondi virtuali. È come scrivere un libro, raccontare una storia, vederla prendere forma». E poi, condendo le suggestioni di pragmatismo, senza lo scheletro, il contenuto, muscoli e pelle, disegni e animazioni, non reggono. Cadono nel vuoto.

Inutile, però. Restiamo artisti anche quando traslochiamo negli universi di bit. Il pienone è nell’aula al piano di sotto, territorio per designer in erba affidati alle cure del trentaquattrenne Simone Magni, laurea in lingue orientali, primi passi nella software house milanese Milestone, pedigree affinato in Gameloft, in Spagna, colosso del settore con forte presenza nel mondo mobile. Mente fresca per cuori creativi. Suo coetaneo è Massimo Ribattezzato, in mano le redini del corso per animatori in due e tre dimensioni. Entrambi partono dalle tecniche di base, mescolando ispirazioni della cultura pop con l’estro, i ricordi, le emozioni dei singoli ragazzi. Perché nel nuovo risiede sempre un retaggio d'intimo e d’antico.  

A proposito di nuovo, l’8 settembre si aprono le iscrizioni per l’anno accademico 2016/2017. Come per il primo ci saranno borse di studio, una dedicata a una candidata di sesso femminile, perché è giusto provare a bilanciare un settore poco bilanciato. Tutte le informazioni, i dettagli e i requisiti per candidarsi sono sul sito ufficiale.

Questa è stata l’estate delle polemiche sull’università giusta da frequentare, su quante offrono reali prospettive lavorative e quali invece no. La Digital Bros Game Academy è un corso di formazione cucito addosso a un mercato, fatto «dall’industria per l’industria», come ripetono, nemmeno fosse un mantra, sia Davis che Galante. All’estero è una strada consolidata. L'opposto è aria fritta, eresia. Da noi potrebbe diventare il classico esempio da seguire. Non solo buono nelle intenzioni, ma facilmente misurabile negli esiti. 

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