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Pokèmon Go oltre il gioco: è anche la cura per ansia e depressione

Lo dice un esperto di dinamiche sociali basate su tecnologia e rete: “Non ho mai visto nulla del genere”

Quante volte abbiamo pensato che quella marea di giovanotti china sui loro smartphone prima o poi si sarebbe distaccata totalmente dalla realtà? Il fatto è che opinioni del genere si basano su un assunto che ha poco di analitico e molto di folkloristico: la tecnologia divide le persone, riduce la comunicazione faccia-a-faccia e fomenta l’importanza dell’io-digitale rispetto a quello organico, spingendo sempre di più a considerare quello che si fa in rete piuttosto che le azioni nella società “tangibile”. Eppure la catastrofe causata dall’enorme popolarità delle app su smartphone e tablet potrebbe avere i giorni contati.

Pokémon Go: una sorpresa

A dirlo, senza troppe remore, è il dottor John Grohol, esperto nello studio dell’impatto della tecnologia sul comportamento umano e sulla salute mentale. Per 20 anni ha analizzato il modo in cui giovani e adulti utilizzano la rete, i cambiamenti del loro umore e l’interazione con gli altri. Grohol, a tale scopo, ha fondato Psych Central, il più grande network su internet che contiene ricerche, spunti materiale di supporto sui disturbi psichici.

Un professionista così non poteva fare a meno di considerare il successo Pokémon Go dal punto di vista scientifico. “Pensando ai modi con cui può aiutare le persone a esprimere loro stessi e a trarre beneficio dal mix tra realtà aumentata e mondo concreto, ci troviamo dinanzi a una prima assoluta, non credo di aver mai visto un fenomeno del genere prima d’ora”. Basterebbe citare un paio (ma sono davvero tanti) di tweet pubblicati nelle ultime ore per confermare tali parole.

“La sfida, per chi è depresso, è aumentare i livelli motivazionali per uscire di casa, fino a quel momento inesistenti. Ci sarebbe bisogno di andare fuori e respirare un po’ di aria pulita, magari farsi una doccia o un bagno. Sembrano cose stupide ma sono estremamente difficili da affrontare per chi è ansioso o è depresso. Per questo credo che l’impatto del gioco possa davvero portare a notevoli benefici” – ha sentenziato Grohol su Engadget.

Digitale ma comunicativo

Ma in che modo Pokémon Go può aiutare a uscire da uno stato mentale di apatia e scoraggiamento? Prima di tutto l’app punta molto sull’interazione con il mondo esterno più che concentrandosi solo sul personaggio che si comanda. In questo modo si incoraggia verso la conoscenza di edifici e monumenti storici (i cosiddetti “Pokéstop”) e il contatto con gli altri giocatori sulla mappa. Quando in Italia si potrà scaricare, da domani 15 luglio (sperando in un rispetto della data visti i problemi ai server negli USA al lancio), gli iscritti potranno individuare sulla mappa decine di punti di interesse, in cui catturare i Pokémon e gli elementi extra. Ma ci saranno anche ragazzi e ragazze alla ricerca degli animaletti, persone da conoscere e con cui fare amicizia.

Virtuale ma fisico

Inoltre, il solo fatto di dover uscire allo scoperto per avanzare nel gioco è già un primo passo verso l’apertura allo sconosciuto, all’esterno, a quel mondo che fa così tanta paura. Le ricerche negli ultimi decenni hanno dimostrato l’effetto positivo, sull'ansia e la depressione, del passeggiare o fare esercizio in mezzo a un prato. “La scienza è molto chiara su questo punto – spiega ancora Grohol – più si fa attività fisica più scendono i livelli di depressione. Si tratta di uno strumento molto potente, con un effetto notevole”. Giocare a Pokémon Go dunque per diventare più dinamici, felici e in forma? Non è uno spot per attirare pubblico, ma una realtà concreta.

 

Ma ha i suoi limiti

Certo, non è possibile considerare un gioco così come la panacea per ansia e depressione. È sicuramente un modo per darsi una spinta, una carica ulteriore, ma molto deve arrivare dalla propria voglia di uscirne e dall’indipendenza acquista dopo, quando tra una Pokéball e l’altra si trova modo di godersi lo spazio circostante per quello che è: un ambiente al servizio di tutti. Affidare il processo di guarigione a un allenatore figlio di una saga videoludica sarebbe sbagliato. Cosa succederebbe se un giorno l’app non dovesse funzionare? Torneremo tutti nel buio più assoluto, rintanandoci in casa senza una reale motivazione tale da far chiudere dietro di sé il portone? Sarebbe sbagliato e avvilente. Non tanto per Pikachu quanto per noi stessi.

 

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