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Trump e lo stop agli immigrati: le reazioni del mondo hi-tech

Da Google a Apple, da Facebook a Microsoft: l'ordine esecutivo del nuovo presidente americano fa discutere, anche in Silicon Valley

Preoccupazione. È questo il sentimento che prevale nell’industria hi-tech americana all’indomani della decisione di Donald Trump di chiudere le frontiere statunitensi ai rifugiati e agli immigrati senza green card provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana (Iraq, Siria, Iran, Sudan, Libia, Somalia e Yemen).

Da Google a Apple, da Facebook a Twitter, da Uber a Microsoft, passando per tutte le principali realtà della Silicon Valley: non c’è realtà tecnologica del firmamento a stelle strisce che non abbia espresso - più o meno piccatamente - il proprio dissenso verso l’’ordine esecutivo con cui il neo-presidente americano ha di fatto chiuso le porte dell'America.

Ordine anti-immigrazione di Trump: perché è illegale


Alcune di queste, è il caso di Google e Uber, hanno addirittura stanziato fondi da svariati milioni di dollari per sostenere - anche dal punto di vista legale - i dipendenti stranieri colpiti dalle misure dell’esecutivo Trump.

Google
In una nota inviata venerdì ai propri dipendenti, Sundar Pichai, amministratore delegato di Google, ha rivelato che più di 100 dipendenti dell’azienda sono in qualche modo colpiti dal provvedimento muslim-ban emanato da Trump. "È doloroso vedere il costo personale di questo ordine esecutivo nei confronti dei nostri colleghi", ha commentato il responsabile della grande G, aggiungendo: "Abbiamo sempre avuto la nostra visione in materia di immigrazione, l’abbiamo resa pubblica e continueremo a farlo".

In un altro statement pubblicato su BuzzFeed News, la società di Mountain View precisa: “Siamo preoccupati per l'impatto di questo ordine e delle eventuali proposte che potrebbero imporre restrizioni sui dipendenti di Google e sulle loro famiglie, o che creano ostacoli all’arrivo di grandi talenti negli Stati Uniti. Noi continueremo ad avere la nostre opinione su questi temi, noti ai leader di Washington e altrove. "

Apple
A seguito di un incontro avuto con il senatore repubblicano Orrin Hatch, il CEO di Apple, Tim Cook, ha avuto modo di esprimere il suo punto di vista e quello di tutta la sua azienda: “Nelle mie conversazioni con i funzionari qui a Washington questa settimana, ho messo in chiaro che Apple crede profondamente nell'importanza dell’immigrazione, sia per la nostra azienda sia per il futuro della nostra nazione. Apple non esisterebbe senza l'immigrazione, per non parlare di quanto di quanto abbia innovato e reso prospero il nostro modo di fare. Ho sentito che molti di voi sono profondamente preoccupati per l'ordine esecutivo che limita l'immigrazione da sette paesi a maggioranza musulmana. Condivido le vostre preoccupazioni. Non è una politica che sosteniamo".

Microsoft
Sulla stessa lunghezza d'onda Microsoft, che esprime solidarietà e sostegno a tutti gli immigrati inseriti nella lista nera di Trump. "Condividiamo le preoccupazioni circa l'impatto del decreto sui nostri dipendenti prvenienti dai paesi elencati, tutti entrati negli Stati Uniti legalmente", si legge in una nota della società, che precisa di essere attivamente a lavoro per fornire "consulenza e assistenza legale alle persone che avranno bisogno".

Lo stesso CEO della società, Satya Nadella, ha voluto precisare su LinkedIn la sua posizione, anche personale: "Come immigrato e come amministratore delegato, ho sperimentato e visto l'impatto positivo che l'immigrazione ha sulla nostra società, per il paese e per il mondo. E' un argomento importante, che continueremo a difendere".

Facebook
A farne una questione personale è anche Mark Zuckerberg, CEO e fondatore di Facebook: "I miei bisnonni provenivano da Germania, Austria e Polonia. I genitori di Priscilla (sua moglie ndr.) erano profughi provenienti dalla Cina e dal Vietnam. Gli Stati Uniti sono una nazione di immigrati, e dovremmo essere orgogliosi di questo. Come molti di voi, io sono preoccupato per l'impatto dei recenti ordini esecutivi firmati dal presidente Trump. Dobbiamo mantenere questo paese sicuro, ma dovremmo farlo concentrandoci sulle persone che effettivamente rappresentano una minaccia”, scrive sul suo profilo il 32enne guru di Menlo Park, dichiarandosi comunque fiducioso circa le azioni che le istituzioni e il neo-presidente sapranno intraprendere nelle prossime settimane nei confronti dei rifugiati e in particolare dei cosiddetti Dreamers, i figli degli immigrati irregolari cresciuti negli Usa e salvati dall'espulsione grazie a un programma avviato dal governo americano (DACA). "Spero che il presidente e la sua squadra continuino a mantenere queste protezioni, nel corso delle prossime settimane lavorerò con il nostro team a FWD.us per trovare modi di possibile aiuto".

Tesla
Fa sicuramente discutere l'opinione di Elon Musk, CEO di Tesla ma anche uno dei 16 consiglieri voluti dall'amministrazione Trump in rappresentanza della grande industra a stelle e strisce. Via Twitter, il visionario imprenditore americano ha criticato l'ordine esecutivo di Trump, bollandolo come una decisione non consona per affrontare le sfide del Paese. "Molte delle persone negativamente colpite da questa politica sono strenui sostenitori degli Stati Uniti. Hanno fatto cose giuste, non sbagliate, e non meritano di essere respinte".

Uber e Lyft
"È una decisione che avrà impatto su molte persone innocenti", commenta a caldo Travis Kalanick, CEO di Uber, annunciando un vero e proprio piano di compensazione dell’azienda verso tutti quei lavoratori stranieri (residenti legali ma non naturalizzati) che potrebbero avere difficoltà a rientrare nel paese. "Questo ordine ha implicazioni molto più ampie che coinvolge migliaia di conducenti Uber che provengono dai paesi elencati, molti dei quali si prendono delle lunghe pause per tornare a casa e vedere le loro famiglie. Questi driver, attualmente al di fuori degli Stati Uniti, non saranno in grado di tornare nel paese per 90 giorni. Questo significa che non saranno in grado di guadagnarsi da vivere e sostenere le loro famiglie e ovviamente saranno separati dai loro cari durante questo lasso di tempo. Stiamo lavorando per identificare questi autisti e compensarli pro bono durante i prossimi tre mesi, così da mitigare parte delle difficoltà finanziarie".

Starbucks e le altre imprese contro Trump


Sulla stessa lunghezza d’onda il rivale numero uno di Uber, Lyft. "Vietare a persone di una particolare fede o credo, razza o identità, sessualità o etnia, di entrare nel Stati Uniti è antitetica ai nostri valori fondamentali e a quelli di tutta la nazione", hanno ricordato in un’email i due co-fondatori della società Logan Green e John Zimmer, sottolineando il proprio fermo dissenso verso "azioni che minacciano i valori della comunità".

Twitter
Preoccupazione arriva anche dal fondatore di Twitter (e Square) Jack Dorsey, che condensa proprio all'interno di un cinguettio il suo pensiero, in linea con quello di tutta la Internet association: "L’impatto umanitario ed economico delle nuove disposizioni esecutive è reale e sconvolgente", si legge. "Noi beneficiamo di ciò che i rifugiati e gli immigrati portano negli Stati Uniti".

Pensiero sottoscritto da un altro tweet, dall'intero staff del social network, che rivendica la natura multietnica e multireligiosa della società. 

Airbnb
"Troviamo un modo per connettere le persone, non per dividerle", è l'accorato appello alla politica di Brian Chesky, co-fondatore di Airbnb.

Lo stesso Chesky, in un post pubblicato sul suo profilo Facebook, ci tiene anche a precisare che la sua azienda offrirà alloggio gratuito ai rifugiati e a tutti gli immigrati che non potranno imbarcarsi in un volo diretto negli Stati Uniti per motivi legati alle nuove disposizioni.

Chesky

– Credits: Brian Chesky @Facebook

Netflix
Nella levata di scudi contro le decisioni della nuova amministrazione Trump non manca Netflix, che per voce del suo CEO e fondatore Reed Hastings invita il popolo americano e tutta l'industria digitale a difendere i valori liberali che da sempre contraddistinguono la nazione.

"Le azioni di Trump stanno colpendo dipendenti di Netflix in tutto il mondo, e sono così antiamericane da farci soffrire tutti. La cosa peggiore è che queste azioni renderanno l'America meno sicura (per l'odio e la perdita degli alleati), anziché migliorare la situzione. È una settimana molto triste, e molto ha ancora da venire per i 600.000 Dreamers le cui vite sono sotto minaccia imminente qui in America. È il momento di unire le forze per proteggere i valori americani di libertà e di opportunità".

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