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Smartphone & Tablet

Vi spiego perché lo smartphone Commodore non può funzionare

Il brand conta ma per emergere in un settore ipercompetitivo come quello dei dispositivi mobili servono anche idee e capitali

Ricordo esattamente il giorno in cui mio padre mi regalò il Commodore 64. Era un pomeriggio di fine maggio del 1984, avevo 10 anni e la Juve quella sera stessa avrebbe vinto la Coppa delle Coppe, gol di Vignola.

Ricordo tutto delle mie infinite giornate trascorse davanti a quello scatolotto marrone che ai tempi chiamavamo computer: le ore spese a scrivere righe di codice in Basic nella speranza di vedere salire una mongolfiera, i primi giochi che si caricavano con il mangiacassette, il TurboTape, la rabbia davanti ai Syntax Error, i dieci palleggi di fila di testa con Emily Hughes Soccer.

Ora, col senno del poi, posso dirlo: per molti quarantenni che come me hanno il pallino delle nuove tecnologie, il Commodore 64 è stato il primo vero contatto con il mondo digitale, 8 bit di pura emozione.

 

Così, lo devo ammettere, quando ho letto su Wired che due nostri connazionali, Massimo Canigiani e Carlo Scattolini, sarebbero in procinto di rilanciare il marchio americano su un dispositivo mobile (uno smartphone nella fattispecie) ho avuto un sussulto. Perché, diamine, siamo uomini (di tecnologia) non caporali, e anche se i fatti ci insegnano che nel business non c’è spazio per i sentimenti, certe storie ci sanno ancora emozionare.

L’emozione, però, è durata poco. Giusto il tempo di capire che dietro il PET - così dovrebbe chiamarsi il nuovo smartphone Android marchiato Commodore - c’è soprattutto una grande operazione nostalgia. E insomma, parliamoci chiaro: se non fosse per la grande C con i due baffi stampigliata sul retro del telefono, questo sarebbe uno dei tanti Android-phone che oggi affollano il mercato. Qualcuno, peraltro, sostiene che il rinato Commodore sarebbe in realtà un telefonino cinese rebranded.

La verità è che per competere nell’arena dei telefonini intelligenti serve molto di più: idee, ingegneri, sviluppatori e tanti capitali per riuscire quanto meno a farsi notare fra i mille mila terminali di fascia bassa. Un marchio, per quanto storico ed altamente evocativo non può bastare (la rentrée di Polaroid insegna). Senza contare che sono passati ormai più di 30 anni da quando la Commodore era in auge.

Dice: sì, ma lo smartphone Commodore farà girare i giochi elettronici degli anni Ottanta. Bello, sì, ma anche questo rientra nell’operazione nostalgia, un tentativo di riportare i quarantenni come me indietro nel tempo, agli anni d’oro delle scuole medie e delle partite in oratorio. Non credo che i teen ager di oggi si strapperanno i capelli sapendo che potranno giocare a Ghosts ‘n Goblins, Zak McKracken e Microprose Soccer (così come non me li sarei strappati io negli anni Ottanta se avessi saputo che un grande produttore di grammofoni voleva rilanciarsi nel mondo dei lettori CD). Che poi, se proprio vogliamo dirla tutta, basta fare un ricerca su Google per trovare un mucchio di emulatori per i videogame del C64.

Detto questo, spero di sbagliarmi. Auguro ai due imprenditori italiani di riportare il marchio italiano dove era qualche anno fa (più o meno ai livelli della Apple di oggi), a noi quarantenni di trovare sempre più occasioni per tornare bambini e alla Juve di (ri)alzare presto un trofeo europeo.

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