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I giornali siamo noi

Sulle conseguenze (e le responsabilità) di ogni nostro like e retweet

Ammetto di esserci cascato anch’io, l’ultima volta mentre scorrazzavo allegramente sulla mia bacheca di Facebook: mi è scappato un like pavloviano a un articolo pubblicato su un autorevole quotidiano torinese che ironizzava sulle esperienze a pagamento nella tenuta biodinamica di Sting. Ho fatto insomma quello che un buon giornalista non dovrebbe mai fare: recepire una notizia di getto, senza confrontare le fonti, in parole povere senza approfondire. C’è voluto un collega più saggio a riportarmi sulla retta via, a farmi notare che trattavasi di notizia falsa e tendenziosa, strumentalizzata ad arte per mettere in ridicolo l’ex Police.

La verità è che viviamo nell’era del clic compulsivo. Basta vedere un titolo ad effetto, una foto strappalacrime, un aggiornamento di stato capace di solleticare le corde dei nostri sentimenti più intimi (e istintivi), per far scattare il pollice alto, la doppia freccia, la stellina, il cuoricino e qualsiasi altra azione di condivisione con la nostra social-sfera. Tutto è così veloce e automatico che quasi ci dimentichiamo dell’effetto a valanga - in gergo si chiama viralità – determinato dai nostri gesti su Internet. Vi piaccia o meno siamo quello che leggiamo, e viceversa.

Se ne sono accorti persino i politici che ormai più che contendersi i salotti delle tribune politiche televisive fanno a gara a chi è più blogstar. Perché una buona presenza su Facebook e su Twitter vale più di qualsiasi cosa. Nessun altro media ha la capacità di passaparola del Web; in pochi giorni, anzi, in poche ore, una notizia può fare ripetutamente il giro del mondo. Non importa - o perlomeno non importa a tutti - che sia verificata o meno, basta saperla vendere bene.

Nell’era del clic compulsivo puoi leggere di tutto, e il bello è che spesso è il tuo migliore amico a segnalarti la notizia. Puoi leggere di arbitri chiusi negli spogliatoi, di aerei che cadono per colpa delle scie chimiche, di vaccini che avvelenano i neonati, di tumori guariti coi succhi di frutta, di cerchi di grano disegnati dagli alieni. Le chiamano bufale, forse perché le bugie sanno ingolosire più della migliore mozzarella campana.

È lo scotto che deve pagare chi (tutti noi) ha deciso di informarsi su Internet. Ogni risposta ai nostri perché è a un clic di distanza. Anche se magari è sbagliata. Non serve essere giornalisti per capirlo. Sono sufficienti un paio di ricerche su Google, un po’ di spirito critico, un pizzico di buon senso. Ha ragione Roberto Saviano quando dice che siamo noi a decidere cosa fare dell’informazione: possiamo scivolarci sopra come dei consumati pattinatori, oppure decidere di andare in profondità, scavare, cercare di capire dove sta - o almeno dove tende - la verità.

Pensiamoci bene, insomma, prima di effettuare l'ennesimo Mi piace o retweet sul notizia che transita sulla nostra bachca. Ne va della qualità della nostra informazione. A scuola i bambini maleducati di norma vengono messi in castigo. Sarebbe bello che la cattiva informazione facesse la stessa fine: relegata negli angoli più bui e trascurati del Web.

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