Social

Ecco perché Twitter vuole comprarsi Spotify e Pandora

Dopo aver soffocato nella culla la sua app #Music, Twitter sembra pronto a rilanciare sullo streaming musicale, provando a rilevare Spotify o Pandora. Ma si tratta più che altro di una strategia difensiva a lungo termine

Music Grrl

– Credits: zubrow @ Flickr

Ormai è ufficiale: ai piani alti di Twitter hanno un’ossessione per la musica. Per la precisione: sembrano ossessionati dall’opportunità di trasformare quella che in tempi non troppo lontani era una calibratissima piattaforma di micro-blogging, in un porto social per chi vuole ascoltare musica in streaming. Lo dimostrano una serie di fatti.

Innanzitutto: il tentativo nell’aprile del 2013 di creare una piattaforma proprietaria per il social-streaming musicale, al secolo Twitter #Music ; un tentativo fallimentare, dal momento che a meno di un anno dal lancio, lo scorso marzo, Twitter ha rimesso #Music in soffitta , annunciando nel contempo di intendere “Continuare a sperimentare nuove vie per fornire agli utenti contenuti basati sulla loro attività musicale.

Questo era (ed è) l’obiettivo di Twitter: convincere tutti quegli utenti che ascoltano musica mentre stanno al computer o mentre usano smartphone e tablet (più o meno tutti), a parlare di quello che stanno ascoltando, condividendo brani, video et similia.

Per non lasciar raffreddare le braci troppo in fretta, pochi giorni dopo l’infanticidio di #Music, Twitter ha stretto un accordo con Billboard per sviluppare un nuovo tipo di classifica cucita su misura per Twitter. Ma si trattava di una mossa di routine, niente che potesse convincere l’infosfera che Dick Costolo e soci potessero davvero ritrovare la rotta nella loro spedizione musicale.

Finché, lo scorso maggio, ha cominciato a circolare la notizia secondo cui Twitter era in trattative per l’acquisto di SoundCloud. Apriti cielo. D’un tratto, quello che sembrava il goffo tentativo di una piattaforma social di mettersi al passo coi tempi era diventata un’eventualità concreta e, dal punto di vista dei suoi competitor, rischiosa. L’affaire SoundCloud, alla fine, non è andato in porto, probabilmente per i limiti delle licenze che la piattaforma di streaming ha con le case discografiche.

Oggi, Twitter sembra pronto ad alzare il tiro, e di parecchio. Il Financial Times ha infatti pubblicato una serie di indiscrezioni che convergono su una nuova possibilità: Twitter è deciso a portare nel suo steccato almeno una delle piattaforme di streaming più quotate, e sarebbe per questo pronto ad avviare trattative con Spotify e Pandora (praticamente due dei tre servizi più utilizzati al momento).

Ora, ponendo anche che Twitter riesca a portarsi a casa una delle due società, questo significherebbe che dovrebbe sborsare 4 miliardi di dollari (valore di mercato di Spotify), o forse anche 5 (valore di Pandora): cifre non proprio piccole, soprattutto considerando che il valore di mercato di Twitter non supera il 20 miliardi di dollari e che nell’ultimo trimestre del 2013 ha registrato un passivo di 511 milioni . Ma è anche vero che i suoi tre rivali più diretti (Google, Facebook e Apple) negli ultimi mesi si sono letteralmente svenati per rilevare (o disinnescare, dipende dai punti di vista) alcune tra le startup più importanti (o pericolose) della scena hi-tech.

Apple, poi, è arrivata ad alleggerire le proprie casse di 3,5 miliardi di dollari solo per l’acquisto di Beats Music. Il che significa che non solo il settore dello streaming musicale è in piena esplosione, ma stanno tutti allargando le reti per catturare il maggior numero di utenti possibile.

C’è poi un’altra questione, che ha a che fare con la strategia a lungo termine delle aziende hi-tech. Dotarsi di un servizio come Spotify, infatti, non significa solamente aumentare il proprio bacino di utenza, e con esso le proprie opportunità di profitto, significa anche dare ai propri utenti una ragione in più per rimanere sulla piattaforma; e questa tendenza a sviluppare un ecosistema (Google e Apple insegnano) è un sistema efficace per allettare il palato degli inserzionisti pubblicitari.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti