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Twitter è in calo. Colpa dello spionaggio?

Meno di 24 ore fa il crollo in Borsa. Poi il nuovo rapporto di trasparenza che mostra l’incremento delle richieste dei governi

– Credits:  topgold , Flickr

Durante un discorso agli investitori di qualche giorno fa, Dick Costolo aveva spiegato la sua “visione del mondo” di Twitter, ovvero come migliorare un social network che non attira più gli utenti come una volta. Tra le possibili cure, Costolo aveva individuato una maggiore integrazione con l’area dei messaggi, della possibilità che su Twitter nasca una sorta di area “live” che permetta di mettere in contatto diretto gli utenti della rete. Tuttavia pare che il voler migliorare la piattaforma possa non bastare per riprendere il trend di crescita a cui il microblog ci aveva abituati.

Nella tarda giornata di ieri Twitter ha rilasciato la sua nuova relazione di trasparenza , il documento che mette in mostra i numeri  delle richieste di accesso ai dati fatte dai governi e dalle forze dell’ordine, che riguardano le informazioni personali, contenuti da rimuovere e violazioni del DMCA (Digital Millennium Copyright Act). Il report mette in evidenza un deciso aumento delle richieste governative sugli utenti e i contenuti postati. Diversamente da Facebook, Microsoft , LinkedIn e Yahoo, Twitter non ha rilasciato i numeri delle richieste del tribunale del FISA.

Tuttavia, come lo stesso Twitter ha evidenziato, il fatto di poter elencare il numero di richieste specifiche fatti dagli organi competenti è già un buon passo verso una maggiore trasparenza. “Stiamo andando nella giusta direzione – ha detto Jeremy Kessel, responsabile della policy globale del social network – anche se i dati che presentiamo non rappresentano una sufficiente risposta di trasparenza per il pubblico, soprattutto per coloro che non sono oggetto di richiesta di dati da parte della sicurezza nazionale”. Il dibattitto è sull’effettiva utilità nel permettere a Twitter, come a qualsiasi altra società che gestisce informazioni sensibili, di divulgare solo i “grandi numeri” che riguardano le richieste di accesso ai dati degli utenti, in categorie così ampie che finiscono con il perdere di significato.

A questo punto non si può negare che gli utenti possano aver un’effettiva paura di essere spiati, se iscritti al social network. Seppure Twitter non sia tra le aziende coinvolte nel Datagate, è innegabile che l’alto numero di frequentatori della piattaforma rappresenti un forte indice di interesse da parte di governi e agenzie di sicurezza. Considerazioni che combaciano perfettamente con i dati dell’ultimo report. “Abbiamo rilevato un incremento del 22% sulle richieste di accesso agli account rispetto all’ultimo periodo – ha spiegato il team di Twitter – una crescita che si può spiegare con l’espansione globale della nostra rete”. Tra i paesi più “spioni” ci sono sempre gli Stati Uniti (41% delle richieste totali), il Giappone (con il 15%) e la Francia (4%), primo paese europeo sul podio.

 
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