facebavaglio
Social

Ecco perché Facebook non può (o non vuole) essere Charlie Hebdo

La Turchia intima di rimuovere la satira sull'Islam. Ora sta a Zuckerberg dimostrare di non essere ipocrita

È stato facile, questa volta, schierarsi dalla parte dei “buoni”. È stato facile cambiare foto profilo, ingolfare Twitter di hashtag e indossare magliette con scritto “Je Suis Charlie”. È stato talmente facile, che molti l’hanno fatto senza fermarsi un secondo a riflettere, spesso senza nemmeno preoccuparsi di leggere una sola vignetta di Charlie Hebdo. Perché c'è differenza tra difendere la libertà di espressione e identificarsi acriticamente con un giornale satirico che è stato vittima di un attentato.

La febbre della solidarietà pronto uso ha toccato anche Facebook, e in particolare Mark Zuckerberg che, già nella giornata dell’attacco terroristico (il 9 gennaio) si affrettava a postare sul suo profilo una lunga presa di posizione dai risvolti piuttosto impegnativi, soprattutto considerando che il governo Turco ha appena intimato al social network di Menlo Park di bloccare le pagine che ospitino contenuti offensivi per la religione musulmana.

Ecco cosa scriveva Zuckerberg il 9 gennaio: “Facebook è sempre stato un posto dove le persone di tutto il mondo condividono le proprie idee e il proprio punto di vista. Rispettiamo le leggi di ogni paese, ma non permetteremo mai ad un paese o a un gruppo di persone di decidere cosa le persone di tutto il mondo possono condividere. […] un gruppo di estremisti che cerca di mettere a tacere le voci e le opinioni di chiunque nel mondo. Non permetterò che questo accada su Facebook.”

Per scansare ogni equivoco, Zuckerberg chiosava con l’hashtag #JeSuisCharlie.

Ma ecco che, meno di una settimana dopo, l’afflato eroico del nuovo paladino della libertà di espressione 2.0 si era già sgonfiato. Di fronte alla richiesta di spiegare la posizione ufficiale del social network su una materia tanto complessa come la salvaguardia della libertà di espressione e la definizione dei suoi confini, Zuckerberg faceva sostanzialmente marcia indietro:
“In un mondo ideale” ha spiegato “ci sarebbero molte meno leggi che restringono la libertà di espressione. […] Il problema è che se infrangi la legge in un paese, spesso allora quel paese non farà altro che bloccare del tutto il servizio. Così milioni di persone rimangono private degli strumenti che stavano usando per comunicare con i propri amici e la propria famiglia e per esprimere più cose possibili. Perciò diventa un calcolo davvero complesso.”

D’un tratto, quello che era stato posto come un diritto inalienabile è diventato oggetto di calcoli complessi. Il rumore delle unghie sugli specchi è acuto, ma entra perfettamente in risonanza con quello che è successo oggi in Turchia.

Dopo che nei giorni scorsi una corte turca ha aperto un’inchiesta su un giornale reo di aver ripubblicato le vignette di Charlie Hebdo come atto di solidarietà al giornale, ora il governo Turco impone a Facebook di prendere provvedimenti contro le pagine che stanno dando risonanza alle vignette in questione (e in particolare alla nuova copertina raffigurante Maometto). Nemmeno a farlo apposta, la minaccia sottesa è di bloccare del tutto l’accesso al sito se le richieste non verranno soddisfatte.

Non è detto che Facebook si genufletterà di fronte a questa richiesta, ma a giudicare dai dati che abbiamo, è quantomeno probabile. L’ultimo rapporto sulle richieste provenienti dagli enti governativi, pubblicato da Facebook lo scorso novembre, rivela che la stragrande maggioranza delle richieste di censura arrivano da tre paesi: l’India, il Pakistan e la stessa Turchia. Dal paese guidato da Tayip Erdogan, in particolare, tra il gennaio e il giugno del 2014 sono state inviate a Menlo Park ben 153 richieste che hanno portato alla rimozione di 1893 contenuti.

Tra questi figuravano naturalmente contenuti illegali di natura criminale, ma anche elementi considerati offensivi per la religione o il partito politico al potere. Considerando che in molti altri paesi il numero di contenuti censurati nello stesso semestre ammonta a zero (e a 3 in Italia), il nesso tra il numero di richieste e la presenza di un governo tendenzialmente autoritario diventa molto più plausibile.

Ancora da Menlo Park non sono arrivate indicazioni su come Facebook deciderà di pelare questa gatta, ma la retromarcia ingranata da Zuckerberg lo scorso 15 gennaio racconta già tutto quello che serve sapere: Facebook non è Charlie Hebdo, non può esserlo, come non può essere un baluardo della libertà di espressione, semplicemente perché l’adesione effettiva a questi principi entrerebbe automaticamente in rotta di collisione con i suoi affari, le sue opportunità di monetizzazione, e in sostanza, con la sua natura di azienda quotata in borsa.

Se per molti è stato facile farsi belli starnazzando #JeSuisCharlie quando il vento tirava dalla parte giusta, per molti altri è stato ancora più facile cascarci, e illudersi che la solidarietà questa volta nascesse dal cuore e dall’indignazione, piuttosto che dai soliti “calcoli complessi.”

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti