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Come funziona Facebook Lifestage, l’app per i minori di 21 anni

Lanciata negli USA una nuova applicazione che mira a coinvolgere studenti e istituti. Ma è un altro sgambetto a Snapchat

Se non è un’ossessione poco ci manca. Dopo aver reso disponibile la funzionalità Stories su Instagram, Mark Zuckerberg sferra l’affondo finale a Snapchat con Lifestage. Si tratta di un’applicazione rivolta agi studenti under 21 e basata su brevi videoclip che rappresentano tante risposte alle domande poste sia dall’app che dagli iscritti.

L’obiettivo finale è strano e a metà strada tra un forum studentesco, lo stesso Snapchat e Yahoo Answers, con un pizzico di LinkedIn. Ogni video infatti serve a costruire il proprio profilo, basato non tanto sull’edonismo e su capacità effimere, come quella di sapersi scattare selfie o mangiare chili di cioccolata, ma sulle conoscenze in varie discipline e altri aspetti della vita privata da adolescente che, ci mancherebbe, contempla anche simpatiche bravate con gli amici.

A creare l’app disponibile già per iPhone ma solo negli USA è stato Michael Sayman, giovanissimo product manager di Facebook (19 anni) che ha pensato a come rubare più utenti a una concorrenza che, soprattutto negli States, è molto agguerrita. Secondo gli ultimi dati di Statista infatti, solo l’8% di chi ha dai 13 ai 19 anni negli Stati Uniti ha un account Facebook, troppo poco per una piattaforma che vuole regnare sempre e dovunque. Come accelerare l’adozione in tal senso? Semplice, coinvolgendo il contesto più frequentato dai teenager: la scuola.

Punta agli studenti

Non è un caso se, al momento dell’iscrizione, oltre alle informazioni di base bisogna inserire su Lifestage anche l’istituto di appartenenza. A quel punto si dovrà aspettare che almeno altre 19 persone (20 in tutto) dello stesso indirizzo si iscrivano al social per poterlo usare pienamente. Così per completare il profilo si potranno sfruttare aneddoti conosciuti dai compagni, vicende legate alla storia della classe ma anche individuali, per rimettere al centro dell’esperienza quello che si è.

Si tratta di uno degli obiettivi che si è posto Sayman al momento dello sviluppo di Lifestage: “Se penso al 2004, Facebook era tutto incentrato sul chi sono io. Potevo condividere i miei aggiornamenti di status, la musica preferita e le preferenze. Oggi la rete è cresciuta davvero molto, così abbiamo l’opportunità di esplorare di nuovo il concetto di espressione personale, ma con un focus alla Generazione Z, quella del 2016”. Il ritorno alle origini è ancora più evidente se si pensa che Lifestage, proprio come il Facebook degli albori, si rivolge in primis ai network scolastici e poi al mondo circostante.

Fuori gli extra maggiorenni

Viste le premesse, è difficile sintetizzare cosa sia davvero Lifestage. Prende spunto da Snapchat e Vine (videoclip), Yahoo Answers e Ask.fm (risposte a domande precise) con un pizzico di LinkedIn (si può sempre dire in cosa si è bravi) condito dalle emoticon di Messenger ma senza contemplare una funzione di chat. Quello che sappiamo è che pone forti barriere ai chi ha più di 21 anni. Genitori e insegnanti (ma anche semplicemente tutti i curiosi super-maggiorenni) possono registrarsi ma solo per postare i loro contenuti e non per sbirciare le bacheche degli altri, che risulteranno sempre chiuse. Certo, si può sempre imbrogliare e creare un falso account, ed è per questo che il team prenderà in considerazione tutte le segnalazioni su attività sospette e non veritiere.

Strategia social

La base di partenza nella strategia di Zuckerberg è dunque quella di intercettare gli studenti, incentivandoli a parlare delle esperienze vissute con i colleghi ma anche di quelle personali, proprio come farebbero su Facebook. Del resto un obiettivo non dichiarato è questo: spingere i giovani a “scoprire” il re dei social network facendoli entrare da una porta sul retro, dedicata esclusivamente a loro. E anche qualora la percentuale di utilizzatori della nuova app non dovesse spostarsi sul grande palco di Facebook poco importa: tra quest’ultimo, Instagram e Lifestage, il traffico che sfocia al mulino di Menlo Park è già consistente e ben diversificato. 

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