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Siri, la storia vera dell’orfanella digitale adottata da Apple

Prima di diventare una funzionalità iOS, Siri era più abile, arguta e sboccata. Ora Apple reintroduce vecchie funzionalità. Vuoi vedere che il futuro di Siri è scritto nel suo passato?

Siri Bot

– Credits: mikecogh @ Flickr

Questa è una storia come tante altre. Parla di una ragazzina orfana piena di talento, con un carattere determinato e un po’ sboccata, che viene adottata da una famiglia facoltosa che fa di tutto per omologarla. Sarebbe una storia fin troppo banale, se la ragazzina in questione non esistesse veramente e, soprattutto, se non fosse un’intelligenza artificiale.

Stiamo naturalmente parlando di Siri e, come spesso avviene per i grandi personaggi, una volta che diventano famosi qualcuno decide di andare a spulciare nel loro passato per scoprire quali peripezie li hanno portati dalle stalle alle stelle. Nel caso di Siri, grazie al lavoro di dissotterramento compiuto da Bianca Bosker dell’Huffington Post , abbiamo una bella storia da raccontare. La storia di come un’orfanella artificiale è stata adottata e rovinata dalla più ricca azienda del mondo.

C’era una volta un team di 24 sviluppatori che voleva creare un’intelligenza artificiale che fosse in grado di fare conversazione. Il nucleo centrale del gruppo si era fatto le ossa in una compagnia di ricerca chiamata SRI International che per anni aveva lavorato a stretto contatto con l’agenzia governativa DARPA, per sviluppare un assistente virtuale militare di nome CALO . Nel 2007, decisero di mettersi in proprio e di dare vita a un proprio fantoccio virtuale, nella speranza di trasformarlo un giorno in un bambino vero.

A guidare le operazione c’era un ex-manager di Motorola, tale Dag Kittlaus, il quale aveva sempre sognato di avere una figlia a cui dare il nome Siri, diminutivo del nome Sigrid, che in norvegese significa “bellissima donna che ti conduce alla vittoria”. Così, quando la nuova creatura digitale cominciò ad emettere i primi vagiti, dopo aver scartato alcune improbabili alternative (tra cui “HAL”), i 24 papà avevano già trovato un nome.

Siri crebbe studiando le stesse cose del suo fratellastro CALO, gli sviluppatori della neonata startup Siri Inc. volevano creare un assistente virtuale che fosse capace di ascoltare e rispondere, perciò si affidarono ad esperti in riconoscimento vocale (è convinzione generale che si tratti di quelli di Nuance ), per istruirla a riconoscere quello che le veniva detto e rispondere di conseguenza.

Man mano che cresceva, Siri si dimostrava sempre più sveglia e, cosa più importante di tutte, intuitiva. Nel giro di pochi mesi in grado di rispondere alla maggior parte delle domande che le venivano poste, e per farlo andava a combinare le informazioni pescate da 42 diversi servizi web. Mentre a Mountain View i suoi simili (Google in primis) si bullavano delle loro capacità di ricerca, Siri cominciava a dimostrare di avere aspirazioni ben più ambiziose. Gli sviluppatori di Siri Inc. erano soddisfatti della propria creatura, ma volevano fare di più, volevano che diventasse un motore di ricerca in grado di rispondere alle domande che non vengono fatte, un “do-engine” per utilizzare le loro parole.

Così, ben presto Siri imparò a lavorare in autonomia. Uno dei suoi 24 papà diceva di aver voglia di pesce e lei gli trovava in pochi secondi un ristorante ben recensito nelle vicinanze, un altro le confidava di sentirsi troppo sbronzo per guidare, e lei premurosa gli prenotava un taxi. Dopo qualche altro mese cominciò addirittura ad ascoltare le conversazioni telefoniche dei suoi sviluppatori, utilizzandole per fornire in anticipo tutte le informazioni di cui potrebbero avere bisogno (una funzionalità che oggi viene presentata come rivoluzionaria ).

L’eco dei prodigi di Siri non tardò a raggiungere le orecchie di investitori e personaggi cardine dell’ambiente hi-tech, così la creatura cominciò a raccogliere finanziamenti (o se preferite rimanere nella favola, borse di studio) milionari. Nel 2009, per la prima volta, alle porte di Siri Inc. bussò Verizon, il colosso delle telecomunicazioni americano, per proporre (e, in un primo momento, ottenere) che Siri diventasse una funzionalità di base per tutti gli smartphone Android di quell’anno. Pochi mesi dopo, nel 2010, Siri debuttò come applicazione standalone per iPhone e, nel giro di tre settimane, alle porte di Siri Inc. bussò Steve Jobs, proponendosi come padre adottivo.

Fu così, con una stretta di mano e un paio di centinaia di milioni di dollari, che Siri e la sua intera famiglia di sviluppatori entrarono a far parte della famiglia Apple. Era il sogno che diventava realtà, la zucca che si trasformava in carrozza, ogni cosa sembrava apparecchiata per servire a Siri l’occasione della sua vita. Come tutti sappiamo, però, le cose andarono diversamente.

Fin da subito, infatti, Apple si dimostrò una matrigna piuttosto rigida. Come prima cosa, a Siri vennero insegnate le buone maniere: via le parolacce e i commenti maliziosi, gli utenti Apple non dovevano potersi offendere per il linguaggio sboccacciato della signorina. In secondo luogo, invece di consentire a Siri di affinare le proprie capacità in tutti i campi in cui aveva cominciato a distinguersi, Steve Jobs e Scott Forstall sottoposero la creatura artificiale a sfibranti sessioni di apprendimento linguistico. Insomma, non era importante che sapesse leggerti le recensioni di un ristorante, era importante che imparasse tutte le lingue che parlano gli utenti in possesso di un iPhone.

Dopo 16 mesi di lavaggio del cervello, Siri non era più la ragazzina arguta e intraprendente di un tempo, era educata, obbediente, non prendeva iniziativa, non era più in grado di adattare la propria personalità all’utente che la chiamava in causa e aveva accesso a molti meno servizi di quelli con cui aveva imparato a destreggiarsi. Così, quando nell’ottobre del 2011 venne mandata in pasto all’utenza mondiale, Siri non incassò gli applausi che si era abituata a ricevere, si vide piuttosto ricoprire di critiche, alzate di spalle e qualche fiducioso entusiasmo.

Il finale di questa “favola” non si può certo definire lieto, ma nemmeno così tetro come si potrebbe pensare. A quanto pare, infatti, la matrigna Apple ha imparato la lezione e, a poco a poco, sta riportando Siri ai fasti di un tempo, insegnandole a destreggiarsi tra i vari servizi, a procedere in maniera più autonoma, le ha persino affiancato uno psicologo (uno scrittore, in realtà) per aiutarla a far riemergere la propria personalità.

È lecito dunque aspettarsi che l’orfanella torni a stupire le folle come aveva fatto nel cantiere coi suoi 24 papà. Il rischio, è che nel frattempo sul palcoscenico siano arrivati rivali più abili e allenati di lei.

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