Smartphone & Tablet

Google Glass. Con questi occhiali diventeremo tutti spie

Indossando i Google Glass potremo fotografare, filmare e pubblicare in rete quel che vediam o. Mettendo a dura prova quel poco di privacy che ci è rimasta

Credits: Ansa

di Guido Castellano e Marco Morello

Possono vedere quello che vediamo noi e sentire ciò che stiamo ascoltando, con una differenza sostanziale: non lo dimenticano perché sono in grado di filmarlo, fotografarlo, pubblicarlo sui social network e trasmetterlo a una platea potenzialmente vastissima. Indossare un paio di Google Glass, il computer formato occhiali creato dal motore di ricerca più famoso al mondo, è un po’ come portare un «grande fratello» sul naso. Un terzo occhio elettronico capace di mettere ancora più a rischio quella privacy già minacciata dall’ubiquità di smartphone, tablet, servizi web intrusivi e affini.

Di Google Glass, al momento, ce ne sono in giro pochissimi: circa 2 mila esemplari. A questi se ne aggiungeranno a breve altri 8 mila venduti a 1.500 dollari l’uno (circa 1.100 euro), destinati a una ridotta schiera di sviluppatori e curiosi scelti con un concorso. Per una diffusione di massa bisognerà attendere alcuni mesi, eppure sono bastati i primi video ufficiali e le prove pubblicate sul web per dimostrarne le potenzialità e scatenare un putiferio di polemiche di fronte a quello che, con buona probabilità, sarà l’oggetto del desiderio tecnologico del prossimo futuro. Ci sono già bar americani e  casinò di Las Vegas decisi a proibirne l’uso all’interno dei loro locali e al coro potrebbero presto unirsi banche, cinema, ospedali, uffici e altre istituzioni pubbliche. Divieti che però, per quanto diffusi, saranno comunque a macchia di leopardo e non potranno impedire ciò che il New York Times ha riassunto in maniera molto efficace: «Saremo tutti paparazzi e paparazzati». Detto in altre parole, a dispetto di qualsiasi contromisura, aumenterà in modo esponenziale l’eventualità che qualcuno stia registrando, spesso per puro divertimento, un frammento qualsiasi della nostra vita quotidiana: la scollatura della nostra compagna, una lite in un parcheggio, un episodio buffo o, peggio, un grave incidente di cui potremmo finire all’improvviso vittime. E ha poco senso domandarsi a chi interessa questo materiale: basta fare un giro su Youtube per trovare la risposta, per imbattersi in un campionario senza fine di video inutili, a volte stupidi, altre crudi, comunque cliccatissimi.

Gli occhiali, inoltre, hanno sollevato più di una perplessità sul piano della sicurezza. Appena sono arrivati ai primi utenti, sono stati presi di mira dagli hacker, gli stessi che hanno violato il sistema operativo di iPhone e iPad. I cybercriminali hanno dimostrato come sia possibile vedere e ascoltare in streaming tutto ciò che appare davanti agli occhi di chi li indossa senza farsi scoprire: dalle password della posta elettronica o del conto online digitate sulla tastiera del pc al pin del bancomat, fino a situazioni di intimità, se qualcuno è così stupido da portarli anche in quei momenti o, banalmente, li dimentica accesi in camera da letto. «Le uniche cose a cui non posso avere accesso sono gli odori in una stanza e i tuoi pensieri» ha detto spavaldo e minaccioso uno degli hacker intervistato dall’emittente americana Fox News.

La Google, va detto, ha equipaggiato il suo computer indossabile con alcune cautele: la registrazione e le foto si attivano con i comandi vocali, dunque un nostro interlocutore può accorgersi se abbiamo cominciato a filmarlo. In più nulla esclude, viste le continue polemiche, che la versione definitiva finisca per montare una piccola luce a led che segnala uno scatto o una registrazione in corso. Il punto è che questi occhiali, così come gli smartphone, possono essere personalizzati dagli sviluppatori tramite delle app. E tra le prime c’è Wink, che consente di fare una foto con un gesto naturale che non può destare sospetto: sbattendo le palpebre. Insomma, per quanto la società di Mountain View deciderà di impegnarsi, ci saranno sempre scorciatoie, strade alternative per aggirare ogni cautela.

Non è la prima volta che la Google finisce sotto accusa per questioni legate in qualche modo alla tutela della privacy. Quando fu lanciato il servizio di posta elettronica Gmail, destò scalpore il fatto che venissero proposte pubblicità pertinenti con i contenuti scritti nei messaggi. «Google potrebbe cambiare il suo modello di inserzioni» titolavano i giornali nel maggio del 2004 dando notizia di proteste che erano arrivate fino al senato della California. Fu spiegato che tutto dipendeva da un algoritmo, da un sistema automatizzato e che nessuno leggeva la posta altrui. Le polemiche si sono ripetute con le immagini scattate sulle strade e associate alle mappe: hanno finito per immortalare situazioni paradossali, buffe, violente, anche se le facce dei protagonisti e altri dettagli delicati (come le targhe delle auto) sono stati oscurati. I Google Glass, che secondo stime supereranno i 6,6 milioni di pezzi venduti in tre anni, andranno ancora oltre: aumenteranno le occasioni per pescare l’inconsueto e l’ordinario nel flusso di ogni giorno e, tramite i social network e le altre piattaforme di condivisione, lo amplificheranno, lo renderanno pubblico senza cautele e senza censure preventive. Metteranno ancora più a dieta il già macilento spazio privato che ognuno di noi ha a disposizione. Anche se la colpa non è mai tutta dello strumento, ma dell’uso che se ne fa.

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