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Smart-shoes, ecco cosa ci metteremo ai piedi

Altro che auto-lacci: le scarpe del futuro avranno sensori biometrici, ricaricheranno il cellulare e daranno indicazioni stradali

Qualche anno fa, Laurence Kembal-Cook ha avuto un'idea abbastanza elementare: poiché da decenni viviamo con la spada di Damocle della scarsità energetica sulla testa, perché non provare a ricavare energia da qualcosa che facciamo ogni giorno? Nello specifico: perché non catturare un po' dell'enorme quanità di energia cinetica che ogni giorno disperdiamo camminando per strada?

Partendo da questa idea, nel 2009 Kembal-Cook ha fondato una azienda, Pavegen, che si sta occupando di ripavimentare marciapiedi, hall di alberghi e campi da basket per trasformarli in dispositivi cattura-energia. Il sistema brevettato dall'imprenditore britannico sostanzialmente consiste in un particolare tipo di piastrella che è in grado di comprimersi (per circa 5 millimetri), generando in media 7 watt per ogni passo.

Dal 2009 a oggi Pavegen ha fatto progressi, diverse città hanno cominciato a sperimentare con la nuova pavimentazione, ma ben pochi, tra i non addetti ai lavori, sono al corrente di questo tipo di tecnologia. Così, siccome le persone tendono a interessarsi alle tecnologie che possono fare qualcosa per loro, piuttosto che a quelle che fanno qualcosa per la comunità, Pavegen ora sta cercando di integrare la stessa tecnologia in un prodotto di ampio consumo: le scarpe.

È uno sviluppo ovvio, del resto: se è possibile ricavare energia dai passi delle persone, perché non attaccare il rubinetto direttamente alla fonte? A chi non piacerebbe poter ricaricare il cellulare camminando, o tenere in funzione l'ipod sfruttando la propria corsa? Kemball-Cook non è un ingenuo, sa che perché una tecnologia riesca a prendere piede è necessario sfondare la barriera del mercato al dettaglio; perciò è già in trattative con Nike, Rebook e altri marchi per esplorare le varie opportunità insite nel sistema Pavegen. Ci sono però una serie di ostacoli che non sarà facile superare, a cominciare dalle dimensioni.

Quando si tratta di costruire una piastrella hi-tech non ci si preoccupa più di tanto di quanto la tecnologia possa ingombrare, una scarpa invece la devi indossare, deve essere comoda, e deve anche avere un aspetto gradevole, tutte cose che costringono i designer a chiedere un rimpicciolimento della tecnologia sviluppata da Pavegen; un discorso simile vale per il peso, mentre per quanto riguarda il costo potrebbe valere un discorso diverso: se l'utenza è disposta a spendere metà stipendio per un telefonino, non è così implausibile che decida di spendere una cifra simile per un paio di scarpe che glielo ricaricano in tempo reale. Rimane poi il problema del trasferimento di energia, perché un conto è sviluppare una scarpa in grado di trasformare energia cinetica in energia elettrica, un altro è fare arrivare quella energia al tuo dispositivo mobile.

Ma la ricerca sulle smart-shoes non si limita alla questione energetica, diversi brand hanno attivato progetti di ricerca volti a trasformare le scarpe nel dispositivo indossabile definitivo. Lo scorso maggio, ad esempio, Lenovo ha svelato al mondo hi-tech le sue prime smart-shoes, all'apparenza delle normalissime scarpe da ginnastica, che in realtà integrano nel tessuto un piccolo schermo che dovrebbe servire a visualizzare indicazioni stradali e (true story) un'icona per comunicare al mondo il tuo umore. Le scarpe Lenovo sono anche dotate di sensori per la monitorazione del battito cardiaco e del consumo calorico, ed è questa, in realtà la direzione verso cui i produttori si stanno muovendo


La compagnia cinese Li-Ning ha presentato lo scorso luglio un paio di scarpe hi-tech, prodotte in collaborazione con Xiaomi, che integrano una serie di sofisticati sensori di movimento che possono essere utilizzati per ogni esigenza di tracking. Le scarpe sono dotate di un chip bluetooth che rende possibile accoppiarle al proprio smartphone e sono progettate per essere a prova d'acqua (e di sudore).

Una proposta diversa arriva invece da Lechal, una marca che ha lanciato le prime scarpe aptiche ideate per rielaborare in tempo reale i dati geolocalizzati di Google Maps. Anche in questo caso, le scarpe sono dotate di un chip bluetooth che acquisisce informazioni dallo smartphone che vengono poi utilizzati per fornire all'indossatore indicazioni stradali. Nella suola sono infatti integrati dei piccoli dispositivi che emettono vibrazioni. Qualcosa di simile lo sta facendo SmartSole, una startup che ha ideato un sistema integrabile nella suola delle scarpe che consente di rilevare la posizione GPS della persona che le indossa senza bisogno di altri dispositivi (il che può tornare utile per chi deve prendersi cura di persone anziane o bambini).

Insomma, a giudicare dalla quantità di idee sul tavolo, il settore smart-shoes sembra destinato a decollare; e a giudicare dalle previsioni di mercato, ancora di più. Si calcola infatti che entro il 2020 il mercato delle scarpe sportive crescerà fino a raggiungere gli 87 miliardi di dollari.

Prima di immaginare come cammineremo di qui al 2020, tuttavia, bisogna considerare una cosa: l'idea dietro le smart-shoes non è affatto nuova, già nel 2012 sia Nike che Adidas avevano lanciato sul mercato calzature dotate di sensori, tuttavia questo tipo di tecnologia indossabile ancora stenta a prendere piede.

In questo scenario, la novità energetica che Pavegen si appresta a introdurre, potrebbe rappresentare la scintilla che ancora manca.

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