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Sicurezza

Quell'accordo tra il web e la NSA di cui nessuno parla

Al vaglio del Senato statunitense la legge sulla condivisione delle informazioni digitali, meglio conosciuta come CISA

Quella tra National Security Agency e cittadini non è più una lotta impari. Non è lo più da quando nell’estate del 2013 Edward Snowden ha cominciato a gettare luce sull’operato dell’agenzia nazionale statunitense. Dopo un paio di proclami mai andati in porto da parte di Obama sulla riforma della legislazione che permette ai federali di compiere scorribande nell’etere digitale, l’ODNI, l’ufficio del direttore dell’Intelligence nazionale degli USA, ha comunicato nei giorni scorsi che a partire dal 29 novembre tutti gli archivi che riguardano le telefonate e i metadati intercettati dalla NSA saranno distrutti e non più utilizzabili; inoltre gli agenti non potranno raccogliere informazioni sul traffico vocale degli americani, se non con un via libera specifico fornito dal governo.

Il ritorno del CISA

Bene, benissimo se non fosse che il risvolto della medaglia è già pronto. Proprio mentre la ACLU e le altre organizzazioni in difesa dei diritti civili esultano per la decisione, che prelude ad un ripensamento della Sezione 215 del Patriot Act, quella che permette di pescare negli strumenti del monitoraggio made in USA, al Senato sta per ritornare un vero spauracchio: il Cybersecurity Information Sharing Act (CISA).

Accesso illimitato

Si tratta di un disegno di legge per la sorveglianza digitale che viene fatto passare come forma necessaria per la sicurezza del web. Come hanno evidenziato gli esperti, il CISA non fermerà gli hacker ma renderà legale ogni forma di spionaggio governativo e industriale a danno di liberi cittadini. Ecco come funziona: alle compagnie verrà data l’autorità di tenere traccia dei movimenti dei loro clienti sui propri server o su quelli di aziende partner e di passarli poi, se richiesto, alle autorità competenti, senza battere ciglio.

Nulla cambia

In questo modo i big della rete (ma anche tutti gli altri) non dovranno sottostare ad alcuna legge che vieti di monitorare i loro clienti, a patto di scendere ad accordi con le agenzie governative. Facciamo un esempio? Prima della scoperta del Datagate Google memorizzava le chiavi di accesso delle sue piattaforne e la cronologia di navigazione che riguardava il motore di ricerca in modalità criptata. La NSA si insidiava in segreto (ma è tutto da dimostrare) nei server di Google, rubava le informazioni crittografate, e con i suoi programmi avanzati riusciva a tradurle e a trarre le dovute conclusioni.

Questione di feeling (e di soldi)

Se la CISA dovesse diventare legge verrebbe meno l’aggettivo “segreto” mentre la seconda parte rimarrebbe totalmente immutata: la NSA attingerebbe sempre e comunque ai database di Google, Amazon, Facebook, Twitter, Apple e tutto il resto. Sembra assurdo? Si lo è, almeno tanto quanto la concretezza dei fatti. È tutta una questione di soldi. Come ha scritto The Hill, i politici che appoggiano la CISA, che dovrebbe essere votata al Senato ad agosto, hanno ottenuto finanziamenti doppi dall’industria della difesa rispetto ai colleghi che si oppongono alla norma; la volontà potrebbe dunque essere quella di ampliare lo spettro di dati ricevuti così da creare nuove opportunità per le imprese di vendere le informazioni ottenute alle società di analisi.

Etica telematica

È chiaro che stando così le cose, il dibattito sulla CISA non riguarda più hacker, Cina, Isis, cybersecurity o attivisti ma si sposta su un livello diverso dove si incontrano interessi politici ed economici. il punto è quanto si voglia rimanere inerti dinanzi ad un panorama del genere, dove sembra che il problema principale sia non utilizzare la stessa password di Facebook su Gmail, e invece c’è chi vuole accedere liberamente alle nostre vite fatte di bit, rivendendole al migliore offerente. 

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