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Se non ci fosse la guerra dei brevetti questo telefono costerebbe 200 dollari in meno

La battaglia che va in scena nei tribunali di tutto il mondo difende la paternità delle invenzioni, ma fa aumentare i prezzi per il consumatore.

Credits: D.Rosenbaum/Nyt

Venti miliardi di dollari: è questa la cifra record che, secondo uno studio della Stanford University, è stata spesa lo scorso anno, solo dalle aziende che producono smartphone, per l’acquisto di brevetti e battaglie legali in tribunale in difesa delle proprie invenzioni. Una cifra senza precedenti che sarebbe bastata a finanziare otto missioni su Marte. Invece ha arricchito stuoli di avvocati, riempito le casse di quelle società che hanno saputo meglio tutelarsi e svuotato il portafoglio delle più indifese. In America è già stata ribattezzata la «Patent tax», ossia la tassa sui brevetti. Una tassa che, secondo una ricerca della Boston University, si ripercuote, come tutte le gabelle che si rispettino, sulle tasche dei consumatori, facendo aumentare del 20 per cento i prezzi dei prodotti. Come dire che un iPhone potrebbe costare anche 200 euro in meno, se le aziende fossero meno litigiose.

Per capire l’entità del fenomeno basta un dato. Lo scorso anno, per la prima volta, Apple e Google hanno speso più per l’acquisto di brevetti e spese legali che in ricerca e sviluppo. Il brevetto è il riconoscimento della paternità di un’invenzione. Il brevetto dovrebbe essere il cuore dell’innovazione e del progresso. Ma da qualche anno sta diventando un freno a mano che rallenta l’arrivo di nuovi prodotti e stronca sul nascere l’iniziativa delle giovani startup. Un’arma che può essere usata in tribunale per combattere un pericoloso concorrente e anche un modo per prevenire l’innovazione altrui. Il New York Times recentemente si è concentrato su una delle oltre 540 mila richieste di brevetto che ogni annovengono presentate solo negli Stati Uniti: quella siglata con il numero 8.086.604 e poi diventata famosa come brevetto Siri.

La prima volta che la richiesta 8.086.604 è approdata sulla scrivania del Patent and trademark office è stata nell’inverno del 2004. La Apple di Steve Jobs chiedeva all’ufficio brevetti americano che le venisse riconosciuta la paternità di un’idea: «Un’interfaccia che permettesse alle persone di fare ricerche su internet utilizzando la voce anziché la tastiera». La domanda fu bocciata, ma gli avvocati di Jobs non si diedero per vinti. E nei 5 anni successivi ripresentarono la stessa richiesta otto volte, modificandone di poco i contenuti. Ottenendo, però, sempre la stessa risposta negativa. Fino allo scorso anno, quando, al decimo tentativo, la richiesta 8.086.604 è diventata un brevetto. Era dicembre e Steve Jobs, l’uomo che da anni voleva fare sua l’idea di comandare un apparecchio con la voce, era morto da appena due mesi.

Due sono gli aspetti che rendono interessante quello che, a prima vista, sembra un lungo, noioso e tormentato iter burocratico per approvare un software. Primo: la Apple, forte di quel brevetto, ha potuto trascinare in tribunale la Samsung. Per gli avvocati della Mela, infatti, 17 prodotti (fra smartphone e tablet) della società coreana permettevano agli utenti di effettuare ricerche sul web utilizzando la voce al posto della tastiera. Funzione che è il cuore del brevetto 8.086.604 depositato dalla Apple. Un giudice americano, quindi, lo scorso giugno ha recepito l’istanza e vietato la vendita dei telefoni Samsung Galaxy Nexus negli Stati Uniti. Decisione che però è stata poi annullata (pochi giorni fa) dalla corte d’appello Usa che ha riaperto le porte dei negozi americani agli smartphone coreani.

Il secondo aspetto che va approfondito per capire il «momentum» che stanno vivendo le società dell’hi-tech telefonico, se possibile, è ancora più interessante del primo. Quando otto anni fa la Apple provò a registrare per la prima volta il brevetto 8.086.604, il sistema di riconoscimento vocale Siri, oggi di serie su tutti gli iPhone 5, nemmeno esisteva. Neanche l’iPhone era ancora stato presentato al mondo. La tecnologia per parlare agli oggetti, però, se non fosse stata rallentata della burocrazia poteva essere disponibile già otto anni fa.

Due aspetti che servono a inquadrare il concetto di brevetto. Ridefinendolo nei modi in cui viene utilizzato oggi nella guerra tra i colossi della tecnologia: un po’ clava, un po’ deterrente. Quello del brevetto 8.086.604 è solo un esempio.Le principali nove società tecnologiche (Htc, Rim, Nokia, Eon, Apple, Motorola, Samsung, Sony, LG) stanno affrontando battaglie legali nei tribunali di mezzo mondo. La più coinvolta è sicuramente la Apple con 148 procedimenti giudiziari all’attivo. Va ricordato che in ben 118 casi la casa di Cupertino si deve difendere da qualcuno che chiede soldi sostenendo che i prodotti con la Mela sfruttano idee altrui.

Da un lato tutti se la prendono con la Apple, dall’altro, per la Apple, Google è il nemico. Anche se non l’ha mai citato in giudizio direttamente, la Apple ha preso di mira i suoi partner più importanti, quelli che producono telefoni che funzionano con Android, il suo sistema operativo. Stiamo parlando di Htc e Samsung, che da sole totalizzano il 39 per cento delle vendite di smartphone negli Stati Uniti. Anche la Motorola (12 per cento del mercato smartphone in Usa) è entrata nel mirino dei legali della Mela, specialmente da quando la Google l’ha acquistata, nel 2011, spendendo 12,5 miliardi di dollari. Investimento che è servito alla società famosa per il suo motore di ricerca, principalmente, per entrare in possesso dell’enorme portafoglio di brevetti che erano nella cassaforte della Motorola. Una sorta di assicurazione sulla vita in questo scontro fra titani della proprietà intellettuale.

In una lettera che la Apple ha scritto al New York Times la società di Jobs difende le sue azioni così: «Pensiamo che le aziende dovrebbero dedicarsi a sognare i loro nuovi prodotti invece di copiare i nostri». E a quanto sembra alcuni tribunali le stanno dando ragione. Qualche mese fa la Corte di San José, in California, ha condannato la Samsung a pagare 1,05 miliardi di dollari alla Apple per aver violato sei suoi brevetti respingendo le controaccuse di plagio su cinque brevetti Samsung.

Siamo al «free for all», per usare il termine con cui gli americani dipingono questa situazione. Un modo di dire che definisce le antiche risse da saloon nel Far West: tutti contro tutti. A complicare la situazione ci si mettono anche società chiamate «patent-troll», impegnate ad ammassare brevetti e poi a monetizzarli minacciando denunce.

Come risolvere la situazione? Hamadoun Touré, segretario generale dell’Itu, l’agenzia Onu che si occupa di telecomunicazioni, la settimana scorsa ha ospitato a Ginevra una tavola rotonda con tutti i litiganti. «Non si possono usare i brevetti per bloccare i mercati» ha esordito Touré. L’intento dell’Itu era riavvicinare i contendenti a una visione comune sugli «standard essential». In pratica le tecnologie essenziali per la fabbricazione di un prodotto di largo consumo dovrebbero essere concesse su base equa, ragionevole pagando poco in royalty. Purtroppo la riunione dei big non è servita a molto. I contendenti sono rimasti barricati sulle proprie posizioni. Il risultato? Touré dipinge un futuro non roseo per i milioni di persone che sono in mezzo ai litiganti. «I brevetti hanno lo scopo di incoraggiare l’innovazione. Se si continua così rischieranno di soffocarla».

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