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Project Alloy, la nostra prova in anteprima

Al Ces di Las Vegas abbiamo indossato il casco di Intel che arriverà entro l'anno e promette di portare la realtà virtuale su un nuovo livello

da Las Vegas

Senza inutili giri di parole, è stata l’esperienza di realtà virtuale più convincente mai provata. E dire che di storico, in questi mesi, ne abbiamo accumulato parecchio indossando e stressando a lungo le proposte di tutti i principali produttori sul mercato.

Perché Project Alloy, il visore che Intel sta sviluppando e lancerà sul mercato entro la fine dell’anno, non è migliore: è completo. Riunisce in un oggetto comodo e funzionale tutte le virtù dei suoi avversari. Favorisce un salto di qualità, consente di sbirciare il futuro, di entrare in una fase finalmente avanzata e matura di questa tecnologia, come l’azienda di Santa Clara ha spiegato e dimostrato durante il Ces 2017.

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Il casco in primo piano – Credits: Marco Morello

Raccontiamo il motivo di tanto entusiasmo. Innanzitutto, la leggerezza e la portabilità assoluta di quello che è un computer a tutti gli effetti. A bordo ha sensori di movimento, una scheda con un processore Intel di settima generazione, lenti con effetto fisheye per una visione ampia dell’ambiente, un display, una batteria. Peculiarità che altri hanno sparse qua e là: chi richiede un cavo per l’alimentazione (PlayStation Vr e Oculus Rift), chi di spargere i sensori nella stanza per definire i confini in cui muoversi (Htc Vive), chi decide di affidarsi alla potenza di calcolo dello smartphone e non a un sistema dedicato (da Gear Vr di Samsung in giù).

Project Alloy impacchetta tutto nel medesimo dispositivo, che (sorprendentemente) non pesa anche tenendolo su per una ventina di minuti abbondanti, si regola e si aggiusta sul viso con semplicità, non crea particolari problemi nemmeno se, come nel caso di chi scrive, si portano gli occhiali. Di nausea o fastidi, nessuna traccia. Ma è soggettivo. Oggettivo è invece che si apprenda come usarlo in una manciata di secondi: il controller è piccolo e senza fili, con un paio di pulsanti; per il resto basta muovere la testa e camminare. In avanti, all’indietro, a destra o sinistra. Liberamente. Con totale naturalezza.

Già perché, appena acceso, ecco il vero effetto speciale. Tutto il contesto in cui ci stavamo spostando fino a qualche secondo prima è diventato virtuale davanti ai nostri occhi. Distinguiamo il tavolino al centro, una credenza su un lato, una poltrona sull’altro. Veri, eppure finti. Il software ha «tradotto» lo spazio fisico nel suo equivalente di bit. In modo fedele. Se con la gamba nella simulazione ci avviciniamo a un mobile, lo sentiamo con il corpo. Perché è lì per davvero.

A cosa serve? A dare vita a un esperimento che Intel (e non solo) chiama realtà mista e che è pieno di prospettive. Pochi secondi e le pareti spariscono, ci troviamo in mezzo alle stelle, a bordo di una navicella. I cui arredi non sono sparsi a caso, ma corrispondono esattamente a quelli della stanza della prova. Così, mentre gli alieni ci sparano contro, possiamo nasconderci dietro il tavolo usandolo come scudo. O camminare fino alla credenza per ricaricare i proiettili dell’arma che impugniamo grazie al controller.

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Il gioco provato da Panorama.it – Credits: Marco Morello

Immaginare gli sviluppi di un tale scenario è facile e affascinante. Il nostro salotto sarà ancora meglio l’arena dei videogame del futuro, molto dinamici e non rischiosi, perché le barriere virtuali corrisponderanno a quelle reali. In un gioco tradizionale non andremmo inutilmente a sbattere contro il muro, lo stesso faremo quando siamo impegnanti in una sessione con il casco in testa (salvo trascurabili casi di masochismo).

Non essendoci sensori da spargere nella stanza, Project Alloy potrà essere acceso ovunque: in cucina, nella camera dei ragazzi, magari in viaggio. Ci si siederà in aereo e la cabina si popolerà di circensi che inventano acrobazie tra una fila e l’altra, uscendo dal bagno o appendendosi a una cappelliera; in ufficio, la presentazione di un nuovo progetto da mostrare a un cliente apparirà sulla finestra. La fantasia degli sviluppatori, che riceveranno il kit nei prossimi mesi, è libera di sbizzarrirsi.

Per quanto si tratti di un prototipo, l’idea di Project Alloy è sensata e la prova, per quanto chiusa nel recinto molto controllato di una demo, è più che superata.

Il visore, da inserire nella stessa scia di dispositivi attesissimi come le HoloLens di Microsoft, darà modo di insinuare nelle simulazioni elementi di concretezza, di aumentare un impalpabile altrove con frammenti di tangibilità. Rendendo una qualsiasi esperienza parallela ancora più convincente, decisamente più reale.

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