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Sicurezza

Apple o Fbi: la privacy è più importante della sicurezza

Se Cupertino aiutasse a decriptare i dati dello stragista Farook, il prezzo sarebbe sproporzionato: perdere la padronanza del copyright della nostra vita

Qualcuno ricorda il nome del terrorista di San Bernardino che fece strage con la moglie in un centro disabili della California? Si chiamava Farook ma poco importa. Il suo nome potrebbe invece diventare memorabile se nell’attuale braccio di ferro tra due potenze globali - l’FBI sostenuto dalla Casa Bianca e la Apple che fa appello ai suoi clienti – finisse col prevalere l’FBI.

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In linea di principio e per le possibili conseguenze concrete, sarebbe la fine delle libertà individuali. Il tracollo della società liberale. Il tramonto e la notte dell’Occidente. Parole grosse? No. Il punto è semplice.

Nessuno negherebbe mai all’FBI la possibilità di entrare nella memoria dell’Iphone di Farook per recuperare quella limitata finestra di informazioni alle quali ancora gli investigatori non riescono ad accedere. Si tratta di informazioni che vanno da ottobre al 2 dicembre 2015, cioè fin quando Farook mantiene la sincronizzazione dei suoi dati. Ma la questione va ben oltre il tentativo di craccare il cellulare di Farook, cioè di forzare la porta d’accesso dei dati personali di un terrorista.

La richiesta dell’FBI è tutta un’altra: è quella di concepire un software capace di creare una backdoor, una porta d’ingresso secondaria al fortino della privacy non di Farook, ma di chiunque. Anche di me e te. Una volta progettato il programmino, chiunque ne venisse in possesso avrebbe il passe-partout per vita morte e miracoli di ciascuno di noi. Di te e me.

E non c’è solo l’FBI in fila per guardare nel buco della tua e mia serratura. Ci sono regimi autoritari, multinazionali, organizzazioni criminali… Il recinto delle libertà individuali verrebbe smantellato in un attimo, nessuno potrebbe più evitare l’intrusione nella sfera della propria individualità. Sarebbe il de profundis dei diritti fondamentali.

Perciò dico che l’FBI ha avanzato una richiesta di per sé inaccettabile. E se anche la creazione del passe-partout fosse l’unico modo per scardinare l’Iphone del terrorista Farook, il prezzo da pagare sarebbe sproporzionato. Verrebbe autorizzata la creazione di una bomba atomica in grado di annientare il diritto alla segretezza delle proprie conversazioni, delle proprie immagini, della rete personale di contatti.

Uno stupro informatico di massa. Una immeritata violazione definitiva e totale dell’intimità, che consiste nella possibilità teorica di renderla trasparente non a chiunque, ma a chiunque abbia il potere di accedervi.

Il problema, ovviamente, riguarda anche le compagnie informatiche e delle comunicazioni. La stessa Apple starebbe lavorando a un programma capace di proteggere le informazioni dei suoi utenti dalla Apple stessa (perché ancora non l’ha fatto?). E ci sarebbe da domandarsi se questo rigore che Tim Cook, boss di Apple, oppone alle improvvide richieste dell’FBI sia lo stesso opposto a richieste e condizioni dei regimi autoritari di mezzo mondo.

Gli utenti di Apple e i proprietari di Iphone sono probabilmente nella stragrande maggioranza con Cook, che appare oggi come un paladino dei diritti. Nel braccio di ferro tra libertà e sicurezza, io non avrei dubbi: se condotta fino all’estremo di azzerare la libertà, preferisco rinunciare alla sicurezza. L’errore e orrore dell’FBI è quello di metterci di fronte a questo dilemma estremo.

Ho il sospetto che avrebbe potuto evitarlo. Ho il timore che alla fine riuscirà a aggirarlo. Ma voglio credere che l’interesse commerciale di Tim Cook coincida con la mia aspirazione alla privacy. E che sia lui il mio naturale paladino non contro l’FBI o la Casa Bianca, ma contro la prospettiva non inevitabile di perdere la padronanza di ciò che sono. Il copyright della mia vita.

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