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Madeleine, la storia della donna che voleva fotografare gli odori

Amy Radcliffe ha inventato una sorta di fotocamera olfattiva, un dispositivo che consente di catturare un particolare odore, catalogarlo e conservarlo in apposite boccette. Si tratta di un primo, rudimentale passo verso un futuro in cui gli odori saranno condivisibili come le foto mobile

Madeleine odori

– Credits: Orin Zebest @ Flickr

Dal punto di vista sensoriale, l’olfatto è uno dei più potenti strumenti di conoscenza che l'uomo abbia per decifrare il mondo che lo circonda. Gli odori possono stimolare la fame, repellerci, metterci in allerta, rivestono un ruolo importantissimo nello sviluppo dell'attrazione sessuale e, come Proust ha brillantemente illustrato, sono il modo più semplice (e doloroso) per viaggiare indietro nel tempo.

Eppure, dei nostri cinque sensi, l’olfatto (insieme al gusto) è il meno sfruttato in ambito tecnologico. Al giorno d’oggi abbiamo le tasche piene di dispositivi che ci consentono di immortalare una quantità smodata di suoni, immagini, immagini in movimento, dispositivi con cui ci interfacciamo principalmente attraverso il tatto. Tuttavia, mentre le tecnologie touch abbattono sempre nuove barriere, ancora non si trovano in commercio dispositivi che ci consentano di immortalare e catalogare odori specifici.

Ma c’è qualcuno che si è messo in testa di colmare questa lacuna tecnologico-sensoriale. Quel qualcuno si chiama Amy Radcliffe ed ha sviluppato il primo prototipo di un dispositivo chiamato Madeleine (il riferimento a Proust è fin troppo evidente) che nelle intenzioni della sua inventrice dovrebbe essere l’equivalente olfattivo di una fotocamera.

A prima vista, Madeleine ha l’aspetto di un marchingegno senza tempo, che potrebbe appartenere a un’era pre-industriale come a un futuro steampunk. Per “fotografare” un determinato odore, il dispositivo della Radcliffe sfrutta una tecnica chiamata spazio di testa che consiste nel sigillare ermeticamente la fonte della fragranza da intrappolare per poi far passare gas inerti nel contenitore sigillato. Durante questa fase di esposizione il gas cattura microscopiche particelle dell’oggetto da “fotografare”, questo consente in una seconda fase di recuperare il gas marcato e sequestrare le particelle odorose in una speciale “trappola olfattiva” composta da una piccolo pezzo di Tenax , un materiale polimerico poroso in grado di catturare le particelle odorose. Una volta concluso questo processo, il fotografo olfattivo dovrà inviare il campione a un laboratorio dove sarà sottoposto a una gascromatografia-spettrometria di massa , così da poter isolare le particelle che producono l’odore desiderato.

Insomma, il processo non è esattamente immediato quanto scattare una fotografia. Non bastesse, un fotocamera olfattiva come Madeleine (da alcuni chiamata scentography camera ) richiede tempi di esposizione assai dilatati. Qualche minuto nel caso di un oggetto piccolo e contenibile (ad esempio una pesca), intere giornate nel caso di una fragranza dispersa nell’aria (come l’odore del pane appena sfornato).

Quello della Radcliffe non è un vero e proprio traguardo, dal momento che la tecnica “spazio di testa” esiste almeno dagli anni ottanta e già altri hanno tentato di sviluppare dispositivi simili a Madeleine. La soluzione ideata dalla designer inglese però ha un approccio amatoriale unico, che ricorda un po’ i tempi in cui per scattare e sviluppare una fotografia erano necessarie diverse fasi e tempi di lavorazione non indifferenti. Questo approccio si presta bene a un settore come quello delle tecnologie olfattive, soprattutto considerando che gran parte del valore che diamo a fragranze e aromi consiste proprio nella loro transitorietà.

In un futuro in cui sarà possibile catturare e immortalare un odore con la stessa semplicità con cui si posta una foto su Instagram, probabilmente finiremmo per inflazionare, e quindi togliere valore, a un’esperienza (quella olfattiva) che fino ad oggi è stata grossomodo irriproducibile. Secondo qualcuno, quel futuro è decisamente vicino .

 
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