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Il lungo addio di Winamp

Dopo quindici anni il principe dei software musicali chiude i battenti

Più o meno vent’anni fa, dopo mesi d’insistenze, musi lunghi e una raffinata opera di persuasione, i miei genitori si sono arresi. Mi hanno comprato un grosso stereo della Sony che ancora troneggia nella mia vecchia stanza. Non avevo mai visto niente di simile, lo trovavo quasi magico: poteva caricare tre cd alla volta, saltare da un disco e da un brano all’altro con invidiabile disinvoltura e un’accettabile rapidità. Aveva una rotella e tre eleganti pulsantini per regolare i vari livelli dell’equalizzatore digitale; offriva modalità d’ascolto precaricate ed effetti speciali sonori. Era il mio parco giochi della musica, ci passavo le ore inseguendo il suono perfetto per ogni canzone. Lo tenevo sempre acceso, non proprio come sottofondo, con buona pace dei vicini.

Da un giorno all’altro, senza nessun dolo o cattiveria, ho smesso di accenderlo. Ho lasciato che cominciasse a prendere polvere. Serviva una pazienza da guinness, il telefono di casa rimaneva perennemente occupato, ma con lentezza, uno dopo l’altro, stavo costruendo altrove la mia piccola libreria di quell’affascinante mistero chiamato mp3. Cercavo un brano, lo trovavo, guardavo la barra riempirsi a passo di lumaca, aspettavo che il trofeo si depositasse sull’hard disk. Il mio stereo reale era superato, ne occorreva uno virtuale. Quello stereo, da un giorno all’altro, è diventato Winamp: non si fermava a tre cd, poteva raggruppare tutti i brani che volevo; sapeva costruire playlist e regolare i livelli con un paio di movimenti del mouse; riusciva a incantare con quell’onda danzante che scandiva il ritmo di ogni canzone.

Non ricordo come l'ho scoperto, né chi me lo ha consigliato. Il nostro primo incontro è perduto. Ricordo però che era sempre lì: come deejay delle feste da ragazzini, come compagno di studi notturni all’università, come uno dei programmi che scaricavo per primo dopo aver formattato l’hard disk o comprato un nuovo computer. Mi spiace, devo confessarlo: caro Windows Media Player, non ti ho mai amato. Sei sempre stato un po’ troppo altezzoso, inutilmente complicato. Winamp, lui sì che era di un’altra pasta. E come me la pensavano altre 60 milioni di persone, almeno nei tempi più fortunati.

No so quando e perché ho smesso di usarlo. So però, da qualche ora, che tra pochi giorni, dopo 15 anni di vita, verrà chiuso, non sarà più aggiornato. Allora, con uno strano senso di colpa e una punta di magone, sono andato a cercare che fine avesse fatto, a ripercorrere la sua storia, un po’ come quando si va a curiosare su Facebook sulle bacheche di flirt lontani. E ho scoperto che non se la passava benissimo: acquisito da AOL nel 1999, ora funziona anche su Mac (in beta), ha una app per Android (bruttina). A dare un’occhiata più attenta è evidente che il vecchio lama combattivo, logo e tormentone del software, ha l’affanno e i reumatismi; che la fiamma del fulmine non brilla più come una volta; che come ogni nobile decadente, alla fine, è decaduto.

Troppo facile dire che a ucciderlo sono stati i vari iTunes e Spotify, gli enormi negozi di file e lo streaming musicale. Come è semplice, assolutorio, dire che la chat Irc è stata ammazzata dagli sms, dalle mail e ora da WhatsApp. Sono stato io, siamo stati tutti noi, a lasciare che Winamp prendesse polvere come quel vecchio stereo che caricava tre cd alla volta. La tecnologia è impietosa, ha fretta, non ha tempo di coccolare o anche solo custodire le sue origini. Forse è un po’ ingrata, perché non ricorda che ogni nuovo programma, ogni salto in avanti, è un tributo a una buona idea delle origini.

A proposito di tributi, scriverne uno significa scivolare sulla buccia di banana delle banalità. Si prova a mantenere il distacco, ma si finisce per cadere nella nostalgia verso qualcosa che ci ricorda ciò che non siamo più. Se poi si parla di un software, la retorica rischia di diventare immotivata, almeno forzata. Eppure, stamattina, accendendo Spotify così prodigo di consigli, di analogie, di aggiornamenti in tempo reale su quello che stanno ascoltando amici e conoscenti, mi sono messo a ricordare con affetto quando alternavo Pink Floyd e Max Pezzali, Smashing Pumpkins e Oasis, Dream Theater e Cranberries senza sottopormi al giudizio silenzioso di un algoritmo. Ho ripensato a quando la musica era un fiume sottile e non un oceano di alternative dal frettoloso consumo. A quando le canzoni scorrevano via, una dopo l'altra, scandite dal sottile luccichio verde di Winamp.  

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