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Internet

Open Hardware: quale futuro?

La tecnologia "open source" finora patrimonio del software può essere applicata all'hardware?

Anche in Italia il fenomeno è inarrestabile: secondo uno studio dell’SDA Bocconi, addirittura l’84% delle aziende italiane usa software “aperto” e lo stesso vale per il 40% (quattro comuni su dieci) della Pubblica Amministrazione (dati Istat).


Se è facile capire come un software possa essere “open”, pensando a diversi programmatori che lavorano su un progetto aperto, su linee di codice accessibili a chiunque, forse non è così immediato immaginare progetti del genere in tema hardware. Invece anche il fenomeno dell’open hardware è ormai realtà. E non parliamo solo di prodotti ormai alla portata di tutti come Arduino o Raspberry Pi. L’open hardware ha contagiato anche i big dell’IT. Basti pensare all’esempio di Facebook, azienda che si mostra all’avanguardia non solo in tema di social ma anche di innovazione hardware (vedi acquisizione di Oculus Rift). Nell’aprile del 2011 ha annunciato il varo dell’Open Compute Project (OPC). Si tratta di un progetto che, in parole povere, introduce la filosofia open anche nella gestione di enormi data center, così come di altre componenti strategiche (vedi infrastrutture di distribuzione energetica).

Anche in Italia esiste un esempio interessante: Enter Cloud Suite, il servizio di cloud computing gestito da Enter. L’azienda sta portando a compimento il proprio progetto Open Compute in perfetta sintonia alla filosofia open source che sin dall’inizio ha caratterizzato lo sviluppo della propria piattaforma cloud, tutta basata su software open source, incluso l’utilizzo di OpenStack.


Tra i pionieri di Open Compute va ricordata Facebook, che utilizza, per l’infrastruttura hardware dei propri server (costruiti in autonomia dai propri ingegneri), progetti aperti e condivisi, accessibili a tutti (anche ai concorrenti!). Gli obiettivi sono sostanzialmente due, al di là del rendere il mondo dell’informatica più “aperto”. Uno, non dipendere dai vendor che forniscono la “componente fisica” di tutti i servizi in cloud e che, per forza di cose, offrono prodotti standardizzati. Due: risparmiare, grazie alla progettazione di hardware composto soltanto dalle parti necessarie, e quindi caratterizzato da consumi più bassi. A conti fatti, ha avuto ragione Zuckerberg: i suoi data center sono costati il 38% in meno rispetto a quelli tradizionali, si parla di risparmi nell’ordine di più d’un miliardo di euro in tre anni. E, cosa che non guasta, i data center sono più eco-sostenibili, inquinano meno.


In un primo momento gli altri big del settore si sono mostrati scettici nei confronti del progetto OPC, forse perché ideato dal social network. Pian piano si stanno ricredendo. Prova ne sia la mossa di Microsoft: all’inizio del 2014 ha aderito all’OPC e ha reso note le specifiche hardware relative ai propri data center (per esempio quelli usati per i servizi cloud Azure e Office365). L’azienda fondata da Bill Gates ha seguito l’esempio di altri big come HP, Dell, Intel, AMD e altre decine di aziende (150 i membri dell’OPC, in tutto).

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