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Facebook, così sta portando internet nel sud del mondo

Droni, fibra, accordi con colossi della telefonia. La grande sfida del social network a cavallo tra etica e interesse

da Barcellona

Non può non stridere il contrasto tra la fanfara del 5G, imminente frontiera molto accelerata della telefonia mobile, e una cartina del mondo piena di luci spente, di zone d’ombra, di 0G (leggasi zero) o NOG, a seconda della dizione preferita. Una forbice consistente tra chi veleggia su streaming in 4K e chi fa fatica a scaricare sul telefonino, ammesso l’aggeggio sia abbastanza smart da riceverla, una fotografia di pochi kilobyte.

È il divario tra il Nord e il Sud del mondo, quello che spreca il cibo e quell’altro che non ha acqua a sufficienza per tutti, figurarsi internet a banda larga. A portarla si stanno muovendo tanti colossi sopra l’equatore, ognuno con la sua ricetta. Facebook ha approfittato del Mobile World Congress di Barcellona per ribadire la sua, mostrare a che punto è arrivata e che direzione sta puntando per smussare un po’ gli spigoli del digital divide così ben fotografato dall’immagine qui sotto.

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– Credits: Facebook

«Un problema che riguarda 4 miliardi di persone: il 60 per cento della popolazione globale». A fare la conta è Jay Parikh, responsabile mondiale d’ingegneria e infrastrutture della piattaforma. Lo stesso che, sorrisi larghi e sguardi alti verso il cielo, l’estate scorsa battezzava assieme a Mark Zuckerberg il primo volo del drone Aquila. La creatura con un’apertura alare maggiore di quella di un bestione per traversate intercontinentali, che grazie all’energia del sole può rimanere in quota per mesi e far rimbalzare il segnale del web in zone rurali che sarebbe molto arduo, oltreché completamente antieconomico, coprire con tecnologie terrestri.

«Abbiamo imparato molto, il sistema si è comportato meglio di quanto ci aspettassimo, abbiamo bisogno di volare di più e in maniera più regolare» ha commentato Parikh, promettendo un paio di voli mensili per perfezionare una strada a cui il social network a quanto pare crede molto, all’opposto di Google che ha dismesso Project Titan, il programma omologo di Big G (sempre droni a energia solare), concentrandosi invece su Loon, su palloni aerostatici in orbita a venti chilometri dal suolo con il medesimo obiettivo: accendere il buio su quella mappa.

Facebook non resta comunque soltanto tra le nuvole, ma è arrivata a terra, sta scavando sottoterra, in Uganda, dove assieme ad alcuni partner offrirà quasi 800 chilometri di fibra nel Nord-Ovest dello Stato africano. La popolazione coinvolta è senz’altro notevole, circa 3 milioni di persone, ma il senso è andare oltre: trasformare il Paese in un laboratorio. Un modello che potrebbe essere replicato anche altrove.

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Jay Parikh, responsabile ingegneria e infrastrutture di Facebook – Credits: Facebook

La società californiana non si limita a osservare, a propiziare, a mettere la sua etichetta e l’eco che naturalmente scaturisce dall’iniziativa: «Sta contribuendo al progetto con un’expertise tecnica e operazionale nelle infrastrutture globali e offrendo contributi finanziari» si legge nell’annuncio ufficiale. Dunque, menti e soldi. Cervelli e milioni di dollari.

Chi glielo faccia fare, è presto detto. Un numero maggiore di persone connesse alla rete, significa di riflesso più utenti potenziali per il suo ecosistema, dunque un pubblico più vasto per i suoi annunci. Dopo lo sbarco nel 2015 in Sudafrica, alla fine dello scorso anno ha infatti rinforzato la sua presenza in Nigeria e Kenya con team dedicato a piazzare contenuti pubblicitari.

L’interesse di Zuckerberg è evidente, tutto sommato è un imprenditore prima che un benefattore. Ma se la sua strategia può implicare delle esternalità positive, se non intacca la neutralità della rete, se non favorisce contenuti tagliandone fuori altri (è successo con Internet.org e la app Free Basics, progetto parallelo, o almeno l’accusa è stata questa), allora non ha senso osteggiarla.

Nel frattempo, sempre a Barcellona Jay Parikh ha esibito i muscoli di Telecom Infra Project, santa alleanza tra operatori, fornitori di infrastrutture e attori vari delle telecomunicazioni per risolvere il divario nell’accesso con iniezioni tecnologiche.

Ci sono i nomi che contano, da Microsoft a Vodafone, c’è anche la nostra Tim. Il totale dice che si è già arrivati a 450 attori protagonisti nel giro di dodici mesi. A cosa porterà tanto dinamismo e tantissima partecipazione, come si svilupperà questa corsa all’impegno generale, resta da vedere.

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