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Come guadagnare con YouTube: ecco Audiam, il manager dei musicisti

Una start-up offre supporto agli artisti che vogliono guadagnare con i propri video su YouTube. Chiedendo in cambio il 25% dei ricavi provenienti dalla pubblicità

Come tutelare il diritto d’autore su una piattaforma aperta – e, diciamolo pure, un po’ anarchica – come YouTube? Per i musicisti fatti e finiti ci sono ovviamente le grandi major discografiche a vigilare sugli usi e riusi dei brani coperti da copyright. Ma per gli artisti emergenti il problema è decisamente più complesso. Molti di loro sono spesso all’oscuro di tutto ciò che accade ai propri pezzi una volta che transitano all’interno della gigantesca videoteca di Google.

Scott Schreer, ad esempio, non avrebbe mai potuto immaginare che uno dei suoi innumerevoli brani di acid jazz fosse presente in circa 1500 video di YouTube (senza ovviamente che nemmeno un cent gli venisse riconosciuto).

Ci ha pensato un tale di nome Jeff Price, a fargli aprire gli occhi... e il portafogli. Come? Facendo in modo che Google gli riconoscesse tutto il dovuto in termini di royalty pubblicitarie: una cifra nell'ordine dei 30 mila dollari al mese.

Jeff Price non è un benefattore né un dipendente di una società di recupero crediti ma un imprenditore newyorchese che un bel giorno ha deciso di costruire un business sulla "pubblicità inespressa" all'interno di YouTube. Ne è scaturita Audiam , una start-up specializzata nello sfruttamento degli introiti pubblicitari ricavabili da qualsiasi brano coperto da diritto d'autore presente sul Tubo.

Funziona così: il musicista si registra gratuitamente e invia ad Audiam la sua libreria di tracce originali con l’autorizzazione a concederle in licenza su YouTube. Attraverso il cosiddetto Content ID e tramite un software che esamina l’impronta digitale dei file audio, Audiam esegue una scansione a 360 gradi per capire se, disperso in qualche angolo dell'Universo di YouTube, vi siano video che inglobano intere tracce o frammenti di quelle canzoni. A quel punto Audiam autorizza Google a inserire la pubblicità e, di conseguenza, a pagare l'autore del detentore di diritti.

"Si tratta di un tesoro sepolto", spiega Price in un’intervista a BusinessWeek, precisando che il costo richiesto agli artisti per quest’attività di intermediazione è circa il 25% di quanto Google riconosce loro in pubblicità.

Fin qui le notizie positive, perché poi ci sono anche gli aspetti controversi della faccenda. Bisogna innanzitutto chiarire che non tutti gli autori possono ritrovarsi dall’oggi al domani con un gruzzolo di soldi come quello racimolato da Scott Schreer, un autore che pur senza vantare la notorietà di Lady Gaga ha comunque centinaia e centinai di brani registrati all'attivo (fra cui molti temi e colonne sonore di serie TV). Insomma, se siete una band che ha inciso un paio di hit nello scantinato sotto casa frenate l'entusiasmo, ne ricaverete tutt'al più qualche spicciolo.

Ma le perplessità maggiori riguardano il costo dell’attività di intermediazione praticata da Jeff Price e soci: “Il 25% di trattenute per un servizio di questo tipo è esorbitante", sottolinea Aram Sinnreich, docente di media alla Rutgers University, precisando che esistono altre organizzazioni – è il caso di Ascap e BMI - che utilizzando la stessa tecnica (basata sul Content ID di YouTube) chiedono in cambio solo il 10% degli introiti pubblicitari.

Anche nei nuovi media, insomma, vale la regola per cui nessuno ti dà niente per niente. Il tesoro di artisti come Scott Schreer sarà pure nascosto, ma già in molti ci hanno messo gli occhi.

 
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