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Bitcoin, a Manhattan c'è un tesoretto da 155 milioni

Il tribunale federale, con la chiusura di Silk road, ha sequestrato ingenti quantità di valuta virtuale. Ma il vuoto giuridico sul loro status gli impedisce di monetizzarle

Il primo distributore automatico di Bitcoin all'interno di una banca finlandese (credits: Markku Ojala/Epa/Ansa)

C’è un tribunale americano che a suon di sequestri giudiziari si ritrova seduto su una montagna di soldi: oltre 155 milioni di dollari, per l’esattezza. Peccato che non possa riscuoterli perchè quelle confische hanno sì un valore, seppur parecchio deprezzato nel tempo,  ma non uno status patrimoniale preciso. Non sono monete, banconote, titoli o lingotti. Sono Bitcoin

Succede alla corte federale di Manhattan, specializzata in reati fiscali (è la stessa che giusto cinque anni fa mise fine alla fraudolenta carriera di Bernard Madoff) e a raccontare il gustoso aneddoto è l’edizione statunitense del Guardian, in un lungo articolo che fa anche il punto sui numerosi interrogativi giuridici posti dal boom della valuta virtuale.

Interrogativi che necessitano di una risposta legislativa rapida, visto che tra gli obiettivi sensibili dell’Fbi e dell’Irs (Internal Revenue Service, l’organismo antievasione statunitense) ci sono soprattutto hackers e trafficanti di vario genere sul web e che questi ultimi per evitare che i proventi delle loro attività illecite vengano tracciati utilizzano sempre più spesso il software alternativo. Non è un caso se la somma monstre citata dal quotidiano britannico arriva da un solo gruppo di operazioni, quelle che meno di un mese fa hanno consentito ai federali di mettere i sigilli a Silkroad , popolarissimo sito per l’acquisto di droghe, e al suo presunto fondatore, Ross William Ulbricht.

Il maxisequestro, scrive sempre il Guardian, ha provocato parecchi problemi a chi dovrebbe gestirlo. Il primo è di ordine giuridico-economico: dal punto di vista legale Bitcoin non è un titolo al portatore agganciato seppur virtualmente al corso delle valute tradizionali, ma un software il cui valore è determinato dal libero scambio tra gli utenti sul circuito peer-to-peer. Un perito legale o un liquidatore, insomma, difficilmente potrebbe fissare un prezzo, così come non potrebbe farlo per un mp3 o un documento Word o Excel.

Leggi l’articolo completo sul Guardian on line

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