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Bitcoin, Pechino impone lo stop

La banca centrale cinese vieta agli istituti finanziari di usare la moneta virtuale - Lo speciale Panorama in edicola

– Credits: Antana@Flickr

La banca centrale della Cina dice no ai bitcoin. O meglio, vieta agli istituti finanziari del Paese il loro utilizzo e l’offerta di ogni attività connessa. Dal deposito ai servizi di garanzia. I privati sono liberi di acquistarli e scambiarli, di usarli come forma di investimento, ma a loro rischio e pericolo.

Pechino teme che la moneta elettronica possa essere utilizzata per operazioni di riciclaggio di denaro e per foraggiare altre attività criminali. Ha sentore che, in generale, possa fare molti danni: rappresenti una minaccia per la stabilità finanziaria del Paese. Da qui la decisione di cautelarsi e, almeno sui canali ufficiali, sotto la sua stretta autorità, chiudere i rubinetti della valuta fluida per eccellenza.

È un duro colpo quello che uno dei mercati più importanti al mondo ha appena dato ai Bitcoin, che infatti, alla notizia, sono rimasti abbastanza storditi. La quotazione della divisa elettronica ha toccato un minimo di 870 dollari, ben lontano dal picco dei 1.242 dollari dei giorni scorsi. È vero, ha reagito, ha ripreso quota tornando a superare i mille, ma il segnale del malumore degli investitori e di una certa fragilità del sistema rimane sotto gli occhi.

Pechino, in fondo, con questa decisione, non ha fatto altro che ufficializzare, mettere nero su bianco le perplessità associate ai Bitcoin non solo in questa fase di boom, ma sin dalla loro nascita: l’estrema incertezza intorno al loro valore. Incertezza che non è un mistero, né un'ipotesi, anzi è sancita sul sito ufficiale Bitcoin.org. Dove si legge: «Il prezzo di un bitcoin può aumentare o diminuire imprevidibilmente durante un breve periodo di tempo». E ancora: «Mantenere i tuoi risparmi in bitcoin non è raccomandato». Insomma, mentre sulle stesse pagine si afferma senza modestia che è una valuta che sta cambiando il mondo, si accende una grossa spia rossa sulla sua tenuta.

Pechino, che non ha mai dimostrato di avere particolari simpatie per tutto ciò che è digitale e anche abbastanza ondivago, sfuggente, ha voluto tracciare un solco che scatena evidenti ripercussioni internazionali. Varando un provvedimento che è prima di tutto di natura definitoria: delegittima i bitcoin, gli leva i galloni di valuta, gli toglie il titolo di circolare ed essere scambiata come tale in banca o nella serie A del mondo della finanza. Gli assegna la molto meno pregiata etichetta di prodotto virtuale.

Prodotto che, comunque, in Cina sta avendo moltissimo successo, al punto che il Paese asiatico è salito al primo posto per i volumi di scambio, nonostante più di un incidente di percorso. Su tutti, il caso di un intermediario finanziario di Hong Kong abilissimo a levare le tende, a scomparire senza lasciare traccia. Per non parlare delle numerose violazioni da parte degli hacker del fortino di questa valuta di bit, con annesso prosciugamento dei portafogli elettronici di sfortunati utenti.

Il tema, insomma, è di strettissima attualità. E il numero di Panorama in edicola in questa settimana gli dedica un ampio e approfondito servizio di otto pagine che ripercorre l’origine, gli sviluppi, il funzionamento, i rischi e le perplessità intorno ai bitcoin. Le stesse perplessità che hanno portato la Banca centrale cinese a un provvedimento in grado di lasciare più di un segno e, almeno momentaneamente, sgonfiare i muscoli del denaro hi-tech. 

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