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Alla scoperta di RedStar 3.0, il sistema operativo della Corea del Nord

Un pizzico di Linux, la grafica di Mac OS X e le funzioni di Windows. Aggiungeteci la censura e otterrete il perfetto computer di stato

L’innovazione tecnologica, si sa, è il motore in grado di portare un intero paese nel 21esimo secolo. Ma la vera innovazione può donare alle persone poteri inaspettati, capaci di far cadere governi e capi politici, come nel caso delle dimissioni nel 2001 di Joseph Estrada da presidente delle Filippine, costretto ad abbandonare il potere a seguito di una protesta organizzata via sms.

È anche per questo che la Corea del Nord, guidata da Kim Jong-un, sta sviluppando dal 2002 un proprio sistema operativo, chiamato RedStar OS, giunto nel 2014 alla sua terza versione. Ciò che circonda la stella rossa informatica è un mistero, se non altro perché non ne esiste una versione ufficialmente scaricabile, se non qualche surrogato diffuso in rete dagli hacker, che non si installa nemmeno così facilmente.

Controllo di stato

L’obiettivo di creare un sistema informatico di stato è chiaro: permettere alle persone di avanzare nelle competenze digitali ma senza che valichino i confini telematici imposti da Pyongyang. Si tratta di una visione del mondo limitata a ciò che conviene al regime nordcoreano. Niente Facebook o Twitter, chiusi gli accessi a Google e YouTube, per non parlare di Wikipedia. RedStar OS concretizza le linee autoritarie e di censura di Kim Jong-un all’interno di un ecosistema che, secondo i fautori, restituisce pur sempre ai cittadini il necessario per la propria vita connessa.

Grazie al lavoro di due ricercatori tedeschi, Florian Grunow e Niklasu Schiess, oggi sappiamo qualcosa in più su RedStart OS 3.0. I ragazzi hanno presentato durante la giornata di apertura del Chaos Communication Congress, appuntamento dedicato ad hacker ed esperti di sicurezza, una relazione precisa su come funziona il sistema operativo, basato su famosi software liberi ma del tutto contrario ai principi cardine dello sviluppo open source: libertà di accesso, neutralità e assenza di limiti nell’utilizzo della tecnologia.

 

Cosa c’è dentro

A livello grafico, RedStar OS è molto simile alle ultime versioni di Mac OS X; il codice sorgente deriva però da Fedora 11, una distribuzione Linux risalente al 2009 e aggiornata nel 2013. Di serie c’è un software di scrittura, simile a Word, e programmi vari, tra cui una variante del browser Firefox e una suite multimediale per la creazione di musica e video. Insomma, il palcoscenico sembra simile a quello delle piattaforme occidentali ma il dietro le quinte è decisamente diverso.

USB spiona

Ad esempio appena si inserisce una chiavetta USB in un computer dove è presente RedStar OS, questo riesce ad apporre un’etichetta invisibile al supporto mobile, che permette al governo di tracciare il comportamento dei file in esso contenuti. Le informazioni circa le modifiche, gli inoltri e le aperture diventano immediatamente visibili per i tecnici che, in questo modo, si assicurano un accesso privilegiato ai dati scambiati dai cittadini. Alcune tecniche, stando a ciò che raccontano Grunow e Schiess, sono davvero avanzate. Come quella che fa riavviare il computer in automatico se RedStar si accorge di una modifica strutturale al suo codice, magari effettuata per sbloccare determinate opzioni o semplicemente godere del web libero, quello vero.

Pensato per la Corea del Nord

RedStar è un sistema operativo pensato e funzionante pienamente solo in Corea del Nord. Seppur dall’estero il browser e altri servizi potrebbero mostrare la globalità del web e non solo ciò che desidera Kim Jong-un, alcune parti, tra cui l’antivirus pre-installato, necessitano di una connessione nazionale per essere operativi e scaricare nuove definizioni e aggiornamenti. È anche una questione logica: chi vorrebbe un ecosistema che presenta limiti evidenti anche in paesi che non censurano la rete?

Il paradosso della sicurezza

E se RedStar fosse solo il primo di una serie di sistemi operativi nazionali nati con lo scopo di preservare la sicurezza informatica? L’estremo isolamento della Corea del Nord dal panorama hi-tech mondiale rende infatti molto difficile agli hacker invadere e colpire gli utenti che hanno un computer con RedStar OS, a differenza di quelli che adoperano ancora Windows (XP è ancora un must da queste parti). Lo stesso vale per le agenzie specializzate come la NSA: non avendo accesso a RedStar OS, e con un ingresso controllato, risulta quasi impossibile per un soggetto non autorizzato intrufolarsi nelle reti nordcoreane gestite dal governo per fare razzia di dati e informazioni sensibili.

Più liberi o più sicuri?

Ciò pone un paradosso evidente: una nazione chiusa (a livello informatico) su sé stessa è una nazione migliore? Priva di crimini e nefandezze? Viene da rispondere di no. Inoltre senza una falla di ingresso come potremmo analizzare i trend terroristici (magari assenti ma non da escludere a priori) provenienti dalla Corea del Nord? Per questo il futuro non sarà dei computer che montano OS proprietari; fa comodo a tutti spiare quello che fanno i vicini. Con un web più chiuso avremmo forse la parvenza di una maggiore sicurezza interna ma perderemmo quella qualità di accesso alle informazioni che ci rende più liberi, forse maggiormente controllati dal Grande Fratello digitale, sicuramente più consapevoli di ciò che succede fuori dal cortile.

 

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