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Google e Facebook vogliono il tuo nome per far soldi

Big G e il social network di Zuckerberg premono affinché gli utenti usino sempre la loro vera identità sui loro servizi. La ragione ufficiale è garantire relazioni autentiche come nella vita reale e limitare i disturbatori, ma alla base c’è una precisa strategia commerciale: fornire maggiori garanzie a chi compra la pubblicità

Al tema, il social network di Mark Zuckerberg, dedica un’intera e dettagliata pagina del suo centro assistenza. Si chiama «Normative sui nomi Facebook» e si apre con un principio generalissimo, degno del primo articolo di una Costituzione: «Facebook è una comunità in cui le persone usano le proprie identità reali. Tutti devono fornire i propri nomi reali». Cogenza, obbligo, non opzione o possibilità. Il testo prosegue elencando in modo preciso ciò che gli iscritti non possono adoperare: simboli, numeri oppure lettere, persino segni di punteggiatura «usati in modo scorretto», caratteri appartenenti a più alfabeti. Come dire, se ti chiami Mario Rossi, è altamente improbabile che sulla tua carta d’identità ci siano degli ideogrammi.

La ragione ufficiale di questo atteggiamento di strenua chiusura verso l’anonimato è esplicitata nella pagina stessa: ogni utente deve sapere con chi si sta connettendo. E ciò perché Facebook riproduce on line i meccanismi della vita reale e dunque è garanzia e interesse di chiunque avere delle certezze: a chi si sta dando l’amicizia, con chi si sta chattando o condividendo informazioni. Di più: proprio perché la community raggruppa sulla stessa piattaforma ex compagni di scuola, di università, colleghi di lavoro, parenti e amici, insomma crea reti sociali, l'anonimato fa venir meno la sua ragion d’essere. Presentarsi è premessa, non conseguenza, come avviene sui pur frequentati siti di dating.

Così esposto il ragionamento di Zuckerberg non fa una piega e anzi quasi giustifica l’operazione che ha messo in piedi sulla scia di Twitter: ha chiesto a personaggi celebri o molto cliccati, di fornire i loro documenti, per essere sicuri che fossero veramente chi dicevano di essere. E alcuni analisti sostengono che molto presto questo tipo di cautela potrebbe essere estesa a un numero sempre più vasto di utenti, in prospettiva a tutti quelli che si iscrivono a Facebook. E non è l’eccezione: Google+ ha messo in piedi un analogo meccanismo di controllo per le celebrità o chi possiede cerchie troppo nutrite rispetto agli standard, ma negli Stati Uniti, e presto anche in Italia, ha fatto di più. Ha pregato chi commenta i video su YouTube, sito di proprietà di Big G, di usare nome e cognome anziché il proprio nickname. Non è un obbligo, ma se ci si rifiuta bisogna spiegare il perché. Qui la ragione ufficiale sarebbe diversa ma ugualmente convincente: ridurre i disturbatori, che spargono spam e frasi offensive all’interno della piattaforma.  

L’atteggiamento dei grandi nomi della tecnologia on line, al di là delle buone intenzioni sbandierate, potrebbe seguire però ben altre logiche. Che c’entrano fino a un certo punto con il desiderio di fornire ai loro iscritti un servizio ineccepibile e privo di ombre. In questo momento, è noto, sta esplodendo il rognoso bubbone dei finti profili sui social network, generati e manovrati a migliaia da computer oppure da semplici utenti. Che creano decine di cloni di se stessi, o pescando nel web storie e foto a caso, perché sono pagati per ogni clic che spargono in giro. Dunque per ogni pagina su cui premono “mi piace”, per ogni video che vedono su YouTube, persino per ogni commento che lasciano sotto un filmato o un po’ ovunque in rete.

Marc Zuckerberg poche settimane fa ha dovuto ammettere che 83 milioni di profili sono falsi, ma gli analisti sono d’accordo nell’affermare che si tratta di una stima per difetto. Un dato che crea parecchio malumore tra gli investitori pubblicitari, che spendono su Facebook per la sua principale caratteristica: la capacità di rivolgersi a target precisi, molto ristretti. Non solo a livello geografico, ma per gusti, preferenze e passioni degli utenti. Stessa cosa la fa Google e pure YouTube, con target demografici, geografici, per lingua, categorie di interessi. Ecco, il cerchio si chiude: ha poco senso per gli investitori parlare a persone che sono qualcosa di diverso da ciò che dicono di essere. Così si spiega l’iperattivismo di Zuckerberg e soci nel voler essere certi delle identità dei loro iscritti. Perché se metto il mio vero nome e cognome, è altamente improbabile che tenderò a barare su dove vivo, su ciò che mi piace fare nel tempo libero, sulla musica che ascolto e così via.

Insomma, quando siti e social network ci chiederanno di mostrare loro i documenti, non lo faranno per offrirci un servizio migliore o garantirci un ambiente protetto. O in parte anche sì, ma il loro obiettivo primario resterà un altro, quello di sempre: far soldi con ogni nostro clic.  

Twitter: @marmorello

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