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Giornalismo Immersivo, i documentari del futuro saranno su Oculus Rift

Una giornalista americana sta sviluppando un nuovo modo di girare documentari, chiamato immersive journalism. Partendo da input audio e video reali, viene ricreata una versione virtuale della realtà in cui lo spettatore si troverà immerso

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– Credits: Immersive Journalism @ Flickr

Quando Facebook ha annunciato di aver acquisito Oculus Rift , la piattaforma che promette di resuscitare il concetto stesso di realtà virtuale, in molti hanno arricciato il naso: ma come, invece che preoccuparsi di rimanere competitivo in ambito social, Facebook si butta su un settore così ingolfato di concorrenza come quello dei videogiochi? Al tempo, Zuckerberg ci aveva provato a spiegare che una piattaforma come Oculus avrebbe aperto la strada a un ventaglio molto ampio di applicazioni, molte delle quali non hanno minimamente a che fare con il settore videoludico, ma in pochi gli hanno dato retta.

Come spesso accade, per accorgersi delle potenzialità di un nuovo strumento digitale, occorre vederlo in azione. Così va a finire che arriva una persona come Nonny de la Peña , comincia a parlare delle opportunità giornalistiche insite nella realtà virtuale, e tutti voliamo giù dal proverbiale pero.

La de la Peña non è una visionaria qualunque, è una giornalista esperta, che si è fatta le ossa in testate come Newsweek e il New York Times, e che da anni è la pioniera di un nuovo modo di fare giornalismo, chiamato “Immersive Journalism”. Un esempio di questo tipo di giornalismo si trova in Hunger in Los Angeles, film che de la Peña ha presentato nel 2012 al Sundance Film Festival nel quale lo spettatore si ritrova immerso in una riproduzione virtuale di un momento critico registrato durante una coda a una Food Bank di Los Angeles.

Parto sempre da registrazioni video, audio e fotografie fatte di personaspiega la giornalista “e poi mi dedico a ricostruire con attenzione un evento con animazioni di alto livello, modelli ambientali e paesaggi spaziali, per ricreare un’esperienza in prima persona.”

Il fruitore di un simile “documentario” viene di fatto introdotto all’interno di una riproduzione virtuale dell’ambiente in cui è avvenuto l’evento, e ha facoltà di spostare il punto di vista sui dettagli che più gli interessano, senza tuttavia avere facoltà di modificare quella che, di fatto, è una narrazione lineare.

Al momento, il risultato finale è ben lontano dalla perfezione, l’ambiente ricreato assomiglia a quello di Second Life, e ci vorrà ancora tempo, e migliorie tecniche, per consentire a questo tipo di tecnologia di ricreare un’ambiente realistico, in cui lo spettatore si possa veramente immedesimare. È tuttavia interessante valutare in che modo questo tipo di giornalismo possa inserirsi nel panorama attuale.

Alcuni addetti ai lavori hanno già cominciato a sollevare sopracciglia, perplessi dalla scelta di sfruttare una tecnologia utilizzata prevalentemente per i videogame, per raccontare storie reali e drammatiche. Altri invece vedono nell’immersive journalism un’opportunità per coinvolgere meglio gli individui in situazioni che sono abituati a vedere su articoli di carta o su schermi bidimensionali.

Ma c’è un’altra considerazione da fare. Quando si legge un articolo giornalistico, quando si guarda un servizio, o un documentario, si ha sempre ben presente che l’autore ha scelto un determinato punto di vista, e ci sono ampi margini per farsi un’idea del tipo di lettura che quel giornalista sta facendo della vicenda.

Lo stesso potrebbe non succedere nel caso del giornalismo immersivo. Nel momento stesso in cui il lettore/spettatore viene circondato da un ambiente virtuale ricreato allo scopo di raccontargli una determinata storia, il rischio è che questa storia venga acquisita in maniera inconscia come più realistica di qualsiasi altra. Il che, volendo essere maliziosi, apre la strada a un nuovo sistema per manipolare la realtà, e gli eventi storici, per poi cammuffare il tutto sotto il vestito del giornalismo d’assalto.

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