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Droni, prove generali di invasione

Dietro le quinte della 3D Robotics, la start-up californiana che punta alla conquista dei cieli

Chris Anderson con uno dei droni della sua 3D Robotics – Credits: 3drobotics.com

La storia di Chris Anderson è quella, tipica ma comunque esemplare, di chi baratta la sicurezza con una scommessa, la stabilità con il rischio. Era l’editor della versione madre di Wired, un giornalista esperto e apprezzato, ha scelto di mettere in gioco se stesso e la sua credibilità. Ha scommesso su quella che potrebbe essere la più grande rivoluzione tecnologica dopo l’avvento degli smartphone: il boom dei droni, i veicoli che scorrazzano in cielo senza chiedere aiuto alle mani e agli occhi di un pilota.

Nel 2009 ha fondato la 3D Robotics, nome che richiama una dimensione dove i robot, fino a poco tempo fa, non avevano mai osato spingersi: l’alta quota. Una start-up, o meglio ex tale, che oggi conta 180 impiegati, oltre 28 mila clienti in tutto il mondo, uffici a Berkeley e San Diego, in California, e una fabbrica poco più a sud. A Tijuana, in Messico, giusto al confine con gli Stati Uniti. Perché risparmiare sui costi di produzione, tutto sommato, non dispiace a nessuno. Anderson ha messo insieme finanziamenti per quasi 40 milioni di dollari e, assieme a una rivale compagnia cinese, la DJI Innovations, guida un’affollata e promettente campagna di conquista dell’aria.

I confini sono ben definiti: non si parla di aggeggini radiocomandati, lo scopo dichiarato è di passare dai «toys» ai «tools». Dai giocattoli per trascorrere una mezz’ora di svago in casa o in giardino o fare qualche ripresa acrobatica durante un film o un matrimonio, a strumenti con scopi precisi, di lungo periodo e ampia gittata: monitoraggio a distanza, mappatura di un'area, in prospettiva consegne a domicilio come quelle che Amazon ha preconizzato qualche mese fa, inserendosi in un filone già battuto da catene di pizze, sushi e generi alimentari vari. Prospettive, tutte, di enorme fascino e fattibilità ancora tutta da verificare. Altro paletto andersoniano, nessun utilizzo militare: no assoluto alle armi a bordo. Si è sganciato da quello che per ora è il fine principe dei droni e che ha consentito di spingere forte sul pedale della ricerca. Le applicazioni in campo civile sono le uniche a ispirare i progetti dell’ex numero uno di Wired.
    
Il potenziale è abbondante: secondo l’Auvsi, l’associazione internazionale del settore, i droni potranno creare 100 mila nuovi posti di lavoro soltanto negli Stati Uniti e generare, dal 2015 al 2025, ben 82 miliardi di dollari tra vendite dirette, indotto e attività inedite collegate a questa invasione. Propiziata dalla 3D Robotics con una strategia opposta, per dire, a colossi come la Apple. Anziché costruire un ecosistema blindato, con brevetti depositati per ogni singola minuzia o miglioria, è stata scelta la strategia dell’open source. Chiunque può dare il suo contributo per rendere più stabile il decollo, incrementare la durata delle batterie, più semplicemente tradurre un manuale di istruzioni in un’altra lingua.

La ricompensa per un contributo ritenuto valido dal team californiano di ingegneri? Una tazza celebrativa. Poca cosa, è vero, ma per definizione la spinta dal basso verso benefici diffusi non esige gloria o emolumenti. E certo, contempla le dovute rare eccezioni: i talenti migliori sono stati e saranno assunti dall’azienda. Che con questo metodo incentiva e incoraggia i contributi dall'esterno. Furbizia e pragmatismo, niente di più.

L’invasione dei droni è d’altronde per ora una prospettiva, un sogno di pochi visionari con tanta strada davanti a sé. Ci sono limiti logici da superare, su tutti la presenza di ostacoli indefinibili e imprevedibili nei cieli, a partire dagli uccelli , non incasellabili in rotte predefinite e schemi di comportamento invariabili. La sfida vera, prima ancora di un’autonomia ragionevole delle batterie senza appesantire troppo le macchine o renderle esplosive (sì, è successo), è concepire una matura tecnologia di «sense and avoid». Cioè il drone deve percepire ciò che gli succede intorno o gli sta venendo incontro, sia esso un pennuto o un altro mezzo volante, per schivarlo per tempo.

La scenografia dei cieli cittadini è affollata e variegata, ecco perché i primi luoghi in cui le creature di Anderson troveranno ampia applicazione sono i campi coltivati. Sempre l’Auvsi stima che l’agricoltura coprirà l’80 per cento degli usi dei droni, mentre il restante 20 per cento se lo divideranno in parti uguali la sicurezza pubblica – dunque monitoraggio, per esempio, dell’attività di un vulcano o del livello dell’acqua in caso di rischio inondazioni – e altri scopi vari. Un’azienda vinicola in California ricorre già alle macchine della 3D Robotics per vegliare dall’alto sui vitigni e controllare nel tempo la loro crescita o quali fattori possono comprometterne la salute.

Nel settore agricolo, soprattutto in caso di grandi tenute private, un’ampia area a bassa quota tende a essere tendenzialmente sgombra, dunque si minimizza il rischio di ospiti indesiderati. Inoltre, la variabilità sul percorso è nulla: gli ostacoli possono essere una casa o alberi, basta indicarli nel computer di bordo perché il mezzo senza pilota non ci finisca contro. Il tutto in attesa del definitivo puntello: un’intelligenza artificiale completa, estesa, in grado di dimostrarsi affidabile in qualsiasi spazio, anche sconosciuto. E di non cedere sulla lunga distanza. Insomma, una Google Car non su ruote ma con ali. Sarebbe il definitivo punto di svolta, quello che trasformerà i droni nei prossimi signori del cielo. Le sperimentazioni sono già in corso e l'arrivo sul mercato resta solo una questione di tempo.

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