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Demis Hassabis, così insegno alle macchine a pensare

Incontro con il numero uno di DeepMind, la società di Google che lavora a prospettive e applicazioni dell'intelligenza artificiale

da Parigi

Alla creatività umana lascia almeno uno spiraglio, un ruolo residuale per quanto romantico: «Nessuna macchina sarà in grado di scrivere un romanzo intenso e credibile, di diventare il nuovo Ernest Hemingway. Passioni e sentimenti resteranno per sempre irriproducibili». Per tutto il resto, Demis Hassabis ha fiducia assoluta nell’efficacia della sua missione: «Decifrare il teorema dell’intelligenza e usarla per risolvere qualsiasi altra cosa». Dal dilemma del cancro ai cambiamenti climatici, dalla gestione virtuosa di energia e finanza alla scoperta dei segreti più profondi di fisica e genomica. Affidandoli non a legioni di cervelli umani, ma a un computer solo capace di ragionare e dedurre. In due parole: a un’intelligenza artificiale. La stessa descritta nei film e nei libri di fantascienza, però funzionante. Reale: «In grado» spiega «di acquisire informazioni in libertà dall’ambiente circostante e trasformarle in conoscenza e azioni».

Genio inglese di padre cipriota e madre di Singapore, studi in informatica a Cambridge e un passato da campioncino mondiale di scacchi (a 13 anni appena), non è vicino al traguardo. L’ha già tagliato. Ha progettato AlphaGo, un software che qualche mese fa ha battuto per quattro volte il coreano Lee Sedol, il numero uno a livello internazionale di Go: un gioco da tavolo con 2.500 anni di storia, 250 possibilità a mossa, nessuna pedina che vale più dell’altra (non c’è un re o una regina), un numero di combinazioni totale superiore a tutti gli atomi dell’universo. Caratteristica che rende cartastraccia qualsiasi manuale d’istruzioni: «Per vincere si può giusto ricorrere a pensiero e intuito, reagendo al comportamento dell’avversario. Ecco, il nostro programma c’è riuscito» racconta alla platea molto scelta, altrettanto entusiasta, di Viva Technology, evento parigino riservato a imprenditori, accademici e start-up al quale Panorama era presente.

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– Credits: iStock. by Getty Images

Hassabis era tra gli ospiti d’onore. Da quando nel 2014 Google ha comprato per oltre mezzo miliardo di euro DeepMind, la compagnia che ha fondato e ancora dirige nella City, è diventato una celebrità: il quotidiano britannico The Guardian l’ha definito «il supereroe dell’intelligenza artificiale»; Tim Berners-Lee, l’inventore del web, l’ha descritto come una delle menti più brillanti sul pianeta. Soprattutto, la rivista scientifica Nature, tra le più antiche e autorevoli su scala globale, ha dedicato al suo lavoro due copertine in meno di 12 mesi. Nel frattempo, i dipendenti della sua azienda sono sestuplicati, passando da 50 a 300. Hanno un’età media che si aggira intorno ai 35 anni, tutti o quasi con un master in tasca e un corposo curriculum alle spalle: non esattamente giovani nerd freschi di laurea a Stanford e Berkeley, come nella casa madre in Silicon Valley. Hassabis è voluto rimanere a Londra, dove vive con la moglie, una biologa molecolare, e i figli. Si sposta in metropolitana, dorme poco o nulla: «Dall’una alle quattro di notte faccio ricerche, scrivo algoritmi, rifletto» racconta. 

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– Credits: iStock. by Getty Images

«Se usata per il beneficio dell’umanità, l'intelligenza artificiale sarà il suo più grande progresso. Renderà il mondo un posto migliore»

«Demis sta provocando una rottura nella fabbrica della storia» ha commentato Ray Kurzweil, altro estroso inventore assunto come ingegnere capo dalla società californiana per guidarla verso il futuro. Perché il lavoro di Hassabis è cruciale per la società del motore di ricerca: servirà nei prossimi anni per costruire assistenti vocali meno limitati e contorti di Siri e compagnia. «O per consigliare applicazioni, contenuti, video su YouTube che possano davvero piacere al singolo utente» argomenta il ceo di DeepMind. Ma il vero potenziale del cervello di bit sarà utile all’auto che si guida da sola e, più avanti ancora, «diciamo entro 20 anni», a robot capaci di muoversi, parlare, aiutarci nelle incombenze quotidiane, agire in autonomia. La storica, non così infondata paura, è che finiscano per soppiantarci, marginalizzarci o, peggio, eliminarci: «L’intelligenza artificiale sarà il più grande evento nella storia dell’umanità. Potrebbe anche essere l’ultimo» è la teoria del fisico Stephen Hawking, tra i più importanti e rispettati al mondo.

Hassabis getta acqua sul fuoco sostenendo l’opposto: «Se usata per il beneficio dell’umanità» risponde «sarà il suo più grande progresso. Renderà il mondo migliore». Però non nega che i suoi tecnici abbiano sviluppato un sistema che spegne immediatamente il programma quando si comporta in modo erroneo o inappropriato. Una sorta di bottone antipanico. La speranza, viste le premesse forse un po’ ingenua, è che le macchine geniali del futuro non elaborino un modo per aggirare quel pulsante, neutralizzarlo, lasciarsi totale campo libero.

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