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Mytech

Così ho toccato la Realtà Virtuale

Siamo entrati nell'Area 360 di Reply, dove il mondo VR prende vita in una miriade di applicazioni e progetti. Tra cui il diventare Minority Report

L’hanno chiamata così, “Area 360”, per un motivo mica banale: la Realtà Virtuale è finzione oppure solo un’altra dimensione della nostra vita, anch’essa concreta, utile e funzionale? Dopo aver visitato il centro di Reply, all’interno del parco tecnologico Como NExT possiamo ammettere che qualche dubbio sulla nostra esistenza solo organica ci è venuto. E vi spieghiamo perché.

Area 360 è composta principalmente da due stanze. Nella prima c’è un piccolo “cave”, una caverna hi-tech di cui abbiamo già scritto quando abbiamo visitato quella riprodotta presso l’ospedale Auxologico Italiano di Milano, nell’altra invece Reply ha installato tanti “giocattoli”, finalizzati a progetti con obiettivi diversi.

Se il cave vero e proprio è un concentrato di tecnologia, perché consente di vivere esperienze VR su quattro pareti (ma può arrivare fino a 12) senza staccarsi mai dal mondo circostante, l’ambiente più ampio, che sintetizza “Area 360”, apre a scenari futuristici davvero interessanti. L’esperienza riprodotta da Reply, esperta nella realizzazione di sistemi hardware e software innovativi, si divide in quattro percorsi: cave appunto, ologrammi, dispositivi portatili e concave.

Il cave

Il primo, quello già in uso dall’Auxologico, si basa su una buona dose di flessibilità e adattamento a spazi circoscritti e alquanto angusti. Come detto, la sua costruzione ottimale parte dalle 4 pareti (3 davanti e una sul fondo) anche se funziona benissimo anche con 1 o 2. Serve per vari scopi, dalla cura di alcune patologie (stress, ansia, riabilitazione motoria e psichica) allo studio della meccanica, attraverso percorsi in accompagnamento e presa di coscienza di ciò che avviene attraverso le lenti indossate. Il sistema funziona in questo modo: i sensori di posizione (simili a quelli dell’HTC Vive) comunicano con delle antenne montate sui visori, così da percepire il movimento orizzontale e verticale dell’individuo. Ad ogni cambio di posizione si sposta anche il quadro riprodotto, così da restituire una prospettiva reale quasi identica a quella a cui siamo normalmente abituati quando percepiamo un oggetto lontano o vicino.

 

Gli ologrammi

Sembra il dispositivo più semplice e datato ma resta sempre affascinante. Su un pannello curvo viene mostrato un esempio di turbina che si comanda da un joystick manuale, simile a un mouse. La sensazione è quella di presentare una presentazione in power point in una maniera decisamente più immersiva, visto che anche chi guarda, da angolazioni diverse, ha una visuale unica rispetto agli altri. Obiettivo principale degli ologrammi è quello di semplificare la collaborazione tra team e gruppi di ricerca, per consentire di lavorare in maniera più esaltante allo stesso progetto.

Dispositivi portatili

Nulla di nuovo, almeno nell’hardware, quando ci mettono davanti un Gear VR di Samsung. Eppure le potenzialità di un accessorio del genere sembrano non essere ancora ampiamente sfruttate. Lo abbiamo capito assistendo alla presentazione di un apparato per la produzione di cartonati volti a prodotti alimentari. Una voce guida spiega quello che si vede mentre la visuale dall’alto si spinge sino ai particolari più interni della macchina. Certo, a differenza del cave, qui la sensazione di vertigini e perdita dell’orientamento è maggiore, ma si tratta pur sempre di un passo basilare ed economico verso la sperimentazione. La logica è quella di dotare commercianti e tecnici di un accessorio trasportabile ovunque, permettendo ai clienti di vivere esperienze diverse e decisamente accessibili. La stessa Samsung spesso promuove la Realtà Virtuale del Gear VR nelle piazze cittadine, supermercati e punti vendita, avvicinando così il mondo del digitalmente avanzato a chi non lo conosce.

Il virtual wall

Va meglio quando la medesima macchina per i cartonati viene analizzata e studiata in modalità “attiva” ovvero con gli occhialini sfruttati anche nel cave. Il sistema di virtualizzazione è diverso: invece di tre schermi ce ne è uno solo, alimentato dall’immagine inviata da un proiettore su un pannello trasportabile, ipoteticamente anche un muro bianco, lo stesso usato per rivedere i filmini ripresi negli anni’70. Per ricevere le posizioni dell’utente, anche in questo caso ci sono due sensori con videocamera posti ai due lati dello schermo, che comunicano attraverso le solite antennine sugli occhiali.

Concave

Visivamente è la sintesi perfetta di “Area 360”. Ci troviamo dinanzi a uno schermo lungo almeno 4 o 5 metri, simile a quello dei cinema ma curvo. La demo mostra una nave da guerra/ricognizione che solca un mare vagamente agitato. Da spettatore l’effetto è quello di un bel film su larga scala, ma una volta con la cloche in mano tutto cambia. Confesso di non soffrire particolarmente di mal di mare ma anche i più impervi potrebbero avvertire un certo senso di spossamento dopo una sterzata brusca o un ondata troppo alta. Peggio ancora se da pilota della nave si passa a quello di elicottero, con il difficile compito di atterrare sani e salvi a bordo del vascello. A cosa serve il concave? Applicazioni e presentazioni avvolgenti, per un pubblico più vasto, anche se di Realtà Virtuale qui c’è ben poco.

HTC Vive

Per finire in bellezza, ecco gli HTC Vive, provati qualche mese fa nel corso di una dimostrazione di Nvidia. A differenza delle applicazioni videoludiche viste in passato, Reply e la divisione specializzata Forge Reply, hanno messo in piedi un ambiente virtuale che riprende in molti punti le tecniche rese possibili dalla tecnologia del film Minority Report. Bastano due mani senza controller o gamepad specifici per creare, modellare e posizionare dove si vuole blocchi e mattoncini, in un piccolo esperimento che lascia presagire come alcuni settori (dal design alla meccanica, ma anche le ricerche poliziesche in stile Tom Cruise) possano beneficiare dell’interazione psico-fisica tra il mondo reale e quello virtuale. Tutto molto bello, appagante e interessante, soprattutto quando basta il movimento di due mani per togliere e rimettere la gravità nella stanza. Il gioca jouer del nuovo millennio.

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