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Tutta la tecnologia per dormire meglio

Coprimaterassi con sensori, bracciali, fasce da mettere sotto le lenzuola: ecco come l'hi-tech entra nel letto e aiuta ad aumentare la qualità del riposo

Entriamo nel letto e le lenzuola hanno già quel dolce tepore che ci fa addormentare subito. Non appena appoggiamo la testa sul cuscino, le luci si spengono e la porta d’ingresso si chiude a chiave da sola; se durante la notte cominciamo a sudare, il condizionatore si accende in automatico e raffredda la stanza, evitando che l’eccesso di calore spezzi i nostri sogni.

Al mattino, non appena suona la sveglia, la serranda si alza mentre in cucina si attiva la macchinetta del caffè, spargendo nella casa un odore rassicurante. Il merito è di un coprimaterasso imbottito di sensori, in grado di vigilare sulla qualità del nostro riposo: un demiurgo silenzioso e invisibile capace di scaldare il letto, rilevare la nostra temperatura corporea, dialogare senza fili con lampadine, serrature e vari elettrodomestici intelligenti di ultima generazione.

 

Si chiama Luna, come il satellite principe del buio; è stato creato da un gruppo di connazionali emigrati in Silicon Valley e sarà disponibile tra pochi mesi. Intanto, le sue virtù hanno conquistato l’attenzione della stampa internazionale e raccolto preordini per quasi un milione di dollari: «Il denaro è arrivato soprattutto da Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Australia e, certo, dall’Italia» dice a Panorama al telefono da San Francisco Matteo Franceschetti, ferrarese, co-fondatore e ceo di una start-up che porta il nome del prodotto e cavalca un trend floridissimo. Quello dei dispositivi per tenere d’occhio e migliorare il proprio benessere: secondo un rapporto della società americana Transparency Market Research, il settore valeva 650 milioni di dollari nel 2012; entro il 2019 prenderà quota fino a superare gli 8 miliardi. Anche perché, dopo la misura dell’attività fisica, delle calorie bruciate durante il giorno, si sta estendendo alla notte. È una febbre che ha invaso i territori di Morfeo. 

La tendenza s’incastra in un fenomeno più ampio, il cosiddetto «quantified self» o «lifelogging»: catturare più statistiche possibili sulla propria vita quotidiana per riuscire a viverla meglio. Nello specifico, sapere quanto si dorme per impegnarsi a farlo più a lungo. Scoprire la qualità del riposo e agire di conseguenza per incrementarla. Scovare gli intoppi per eliminarli: auto-aiuto, consapevolezza come cura. Una variazione del motto scolpito sul tempio dell’oracolo di Delfi, l’intramontabile «conosci te stesso», spogliato dell’abito filosofico e farcito di numeri: su sonno leggero, agitato, profondo; fasi di veglia, bruschi risvegli; quantità di volte che si abbandonano le coperte per andare in bagno o a bere un bicchiere d’acqua. Un diluvio di grafici, torte, percentuali

La tendenza s’incastra in un fenomeno più ampio, il cosiddetto «quantified self» o «lifelogging»: catturare più statistiche possibili sulla propria vita quotidiana per riuscire a viverla meglio. Nello specifico, sapere quanto si dorme per impegnarsi a farlo più a lungo

A rilevarli, un catalogo sempre più ricco di dispositivi piccoli e grandi. D’ogni forma, per tutte le tasche, dalle caratteristiche più varie: producono luci e suoni rilassanti; riconoscono tasso d’umidità, temperatura, allergeni; hanno microfoni di serie che registrano i rumori di fondo per inchiodare di fronte all’evidenza chi russa e non lo sa o, bugiardo patologico, si ostina a negarlo.    «Vogliamo rendere il letto un luogo intelligente» rimarca Franceschetti. Ex insonne («sto usando un prototipo di Luna, mi ha cambiato la vita» dice), entusiasta interessato visto lo scopo di lucro.

Più cauto, ma propenso a promuovere questa categoria di oggetti, è Clete Kushida, il direttore del centro per la medicina del sonno di Stanford: «Sono utili» spiega «per evidenziare eventuali problemi». Rilievi che invece non fanno grande differenza secondo il giornalista Farhad Manjoo del New York Times. In un articolo uscito pochi giorni fa, li ha bocciati e derisi: «A meno che non si prendano cura dei miei bambini al mio posto, perché dovrei preoccuparmi di avere a disposizione tutti questi dati?». Se dormiamo male o poco, le ragioni le conosciamo benissimo: stress, cattiva alimentazione, vizi e dintorni. E non serve un braccialetto o un faro in miniatura che ci scruta quieto dal comodino per spiegarcelo. 

Senza trascurare poi che l’accumulo di tante informazioni potrebbe scatenare ansie da prestazione, perché si trasforma il sonno in una performance, alla pari di una sessione sul tapis roulant o di una gara in piscina. Lo si rende un’ossessione. A furia di ripeterci che dobbiamo dormire meglio, potremmo restare con gli occhi sgranati.

L’accumulo di tante informazioni potrebbe scatenare ansie da prestazione, perché si trasforma il sonno in una performance

Questi dispositivi, comunque, di sicuro hanno un pregio. Ci rivelano che la situazione non è così drammatica, anzi: in Italia dormiamo in media sei ore e cinquanta minuti a notte, molto più dei giapponesi che si concedono sei ore scarse sotto le coperte, poco meno di australiani e inglesi che ronfano per sette ore e quindici minuti. Sono queste le statistiche riferite al 2014 della comunità mondiale di Up di Jawbone, ovvero la somma degli utenti di una linea di oggetti indossabili che registrano riposo e attività fisica. Numeri confortanti, lontani dai livelli di guardia: numerosi studi hanno dimostrato che il rischio d’ipertensione si moltiplica per tre se si dorme meno di sei ore; che una sosta tra le coperte di scarsa qualità è collegata a malattie come il cancro e il diabete, all’obesità, per non parlare dei danni alla memoria.

Insomma, controllare quanto buono sia il proprio feeling con il materasso, pare avere senso. Senza mai dimenticare che il letto non è fatto solo per il riposo e che la quotidianità è più fantasiosa e varia di calcoli e gabbie rigide di qualsiasi algoritmo: se prima di prendere sonno o nel cuore della notte ci si abbandona alle effusioni con il proprio partner, i dispositivi conteggeranno quell’attività come tempo di veglia. Un’etichetta un po’ vaga, per quanto ineccepibile.

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