Spaghetti apertura
Mytech

Abbiamo assaggiato il cibo stampato

Pizza, hamburger, caramelle, ricette complesse. La rivoluzione in cucina passa dalle macchine 3D che preparano un vero pasto con un clic. Ecco che sapore ha

da Las Vegas

Lo scetticismo dura l’attimo di un morso, il tempo velocissimo del primo boccone: la pizza non è all’altezza di un ristorante di Napoli, ma stravince su quelle surgelate e sugli orrori conditissimi dei fast food americani; i biscotti sono morbidi e svelano un delizioso retrogusto di cocco; caramelle e cioccolatini, dolci ma non troppo, in bocca si sciolgono all’istante. I ravioli, gli gnocchi, le quiche, gli hamburger, persino i cracker esibiscono forme ardite: sono piccole sculture commestibili, nemmeno una firmata da un cuoco stellato.

Escono da una macchina grande meno di un forno, che le prepara in pochi minuti. Anzi, le stampa. Strato dopo strato, dettaglio su dettaglio. Con un puzzle di materie prime nelle cartucce al posto dell’inchiostro: acqua e farina per l’impasto; carne macinata per i secondi e verdure frullate per i contorni; olio e pomodoro come condimenti; zucchero aromatizzato e cacao per i dessert. Il computer di bordo guida una punta in plastica o in metallo in ogni direzione, lascia passare la quantità necessaria di ciascun ingrediente e costruisce il piatto.

 

Le stampanti 3D di cibo funzionano e bene, come Panorama ha potuto verificare (e assaggiare) durante l’ultimo Ces, la fiera dell’hi-tech di Las Vegas. Basta selezionare sul loro schermo la ricetta desiderata, assicurarsi che nelle capsule ci siano gli ingredienti giusti indicati sul display, aspettare e poi saziarsi. Nulla d’inedito, in verità. Scenari del genere erano stati immaginati in film come Star Trek o Il quinto elemento, dove le pietanze uscivano da una macchina premendo un pulsante. Il punto è che non siamo più nelle praterie della fantascienza: i primi dispositivi arriveranno sul mercato nei prossimi mesi a partire da mille euro, meno di robot da cucina non altrettanto versatili. Reclamando, per cominciare, un po’ di fiducia: «Negli Anni Settanta la gente era spaventata dal microonde. Temeva potesse avvelenare gli alimenti con le radiazioni. Ora ce n’è uno in ogni casa. Il cibo stampato è cibo vero, fresco, preparato con una tecnologia nuova» spiega Lynette Kucsma, co-fondatrice di Natural Machines, la start-up spagnola dietro Foodini.

Il cibo stampato è cibo vero, fresco, preparato con una tecnologia nuova

Non una semplice stampante 3D, ma la più accreditata portabandiera di una rivoluzione culturale dell’alimentazione: nelle sue cinque capsule in acciaio, materiale scelto ad hoc per non trattenere residui di sapori, si potranno combinare preparazioni create in autonomia o comprate in un negozio. In questo secondo caso, scadranno in cinque giorni. Sarà, anche, una strategia per dichiarare guerra ai conservanti, condurre una crociata contro i surgelati. Per consentire a chi non brilla ai fornelli o è soltanto molto pigro di stupire gli ospiti con guarnizioni ardite o gustare ogni giorno piatti da ristorante. Sempre diversi e in continuo aggiornamento. Le ricette per la Food Printer di XYZprinting, altro dispositivo dal lancio imminente, saranno per esempio scaricabili dal web e potranno essere proposte dagli utenti: prima di essere messe on line verranno approvate da alcuni chef. Categoria che non si sente minacciata, anzi sembra guardare con favore a un’innovazione che spalanca opportunità inedite, realizza design impossibili da ottenere con le mani. Ne è convinto Ferran Adrià, gran maestro delle avanguardie culinarie e sperimentatore assiduo della tecnologia. Mentre «Ah Xl», un ipermercato olandese, fa le prove generali dell’invasione di cibo stampato offrendo ai suoi clienti decorazioni per le torte ottenute con questa tecnica.               

L’uso domestico è solo uno spicchio del suo potenziale: «La stiamo utilizzando per incoraggiare la gente a considerare altre fonti di proteine» dice Ken Spears della South Bank University di Londra, che lavora con le stampanti 3D per ottenere alimenti gustosi e dalle forme accattivanti a base d’insetti. Una risposta sensata alla carenza di risorse alimentari degli anni a venire. La Nasa ha già finanziato un progetto per sfornare pizze in orbita e sfamare i suoi astronauti con questi dispositivi, mentre l’esercito americano li immagina come veicolo decisivo per la dieta dei soldati del futuro: una macchina capace di dialogare con un sistema di sensori presente nel corpo dei militari preparerà all’istante pietanze ricche di quei nutrienti di cui hanno carenza, mantenendoli forti e in salute. Uno scenario riproducibile in qualsiasi dieta: «Stampandoci la colazione al mattino, saremo in grado di decidere la quantità esatta di grassi, fibre e altri elementi che vogliamo assumere» commenta Hod Lipson, direttore del laboratorio delle macchine creative della Cornell University dello stato di New York. «Quando un software entra in cucina» aggiunge «le possibilità diventano illimitate».

Quando un software entra in cucina le possibilità diventano illimitate

Una conferma arriva dalla Germania, dove un’azienda, la Biozoon, stampa purè dalla consistenza morbidissima con l’aspetto di carote tagliate, asparagi o prosciutto. Sono per gli anziani o per chiunque abbia difficoltà a masticare: un’illusione ottica, è evidente, ma se c’è una cosa che «MasterChef» e affini ci hanno insegnato, è che mangiamo innanzitutto con gli occhi. Perciò ha altrettanto senso l’iniziativa di un gruppo di ricercatori dell’Istituto indiano di tecnologia, che vogliono portare le stampanti 3D a bordo degli aerei e dare modo ai passeggeri di ordinare il pranzo dallo schermo del sedile. Scegliendo forma e sapori contro le brutture attuali e la malinconica alternativa tra pollo e carne. 

I produttori di stampanti non si sbilanciano ancora sui prezzi delle capsule, ma è innegabile che la grande distribuzione possa uscirne sconvolta o abbastanza stravolta. Trovandosi costretta a puntare più sulle materie prime e sui semilavorati anziché sui prodotti finiti. Per dire: perché bisognerebbe comprare pasta e biscotti se è possibile crearli a casa, freschi, quando servono? I colossi dell’alimentazione, in compenso, non sembrano preoccupati, anzi sperimentano le opportunità di questa evoluzione dei consumi. Barilla, per esempio, ha indetto un concorso che ha premiato nuovi design di pasta stampata: ha scelto tre proposte sulle 216 arrivate da 20 Paesi. La Hershey, una delle principali compagnie americane di dolciumi, ha stretto un accordo con la 3D Systems per CocoJet, una stampante di leccornie a base di cacao in arrivo nella seconda metà del 2015. Lavora cioccolato fondente, al latte o bianco creando incastri fittissimi di rombi, cerchi, esagoni e altre forme geometriche. Una via per mettere a frutto una lezione della storia: l’unico modo per non essere travolti da una rivoluzione, è farne in qualche modo parte.

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