Alessio Caprodossi

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Cosa scatta nella nostra mente quando siamo di fronte a un dipinto? E quali sono le figure su cui indugia di più lo sguardo? Qual è il motivo scatenante? E ancora, a livello emotivo, ci sono opere che danno un piacere maggiore di altre? I progressi della tecnologia e, più ancora quelli maturati dalla neuroscienza permettono di comprendere le emozioni, positive o negative, che un’immagine determina nella mente, e quindi che tipo di esperienza si vive durante una visita in un museo e, in particolare, il tipo di percorso strutturato per passare in rassegna le varie aree.

Il Cenacolo Vinciano

A fornire informazioni rilevanti in tal senso è stato uno studio sul comportamento dei visitatori presso il Museo del Cenacolo Vinciano, realizzato dall’agenzia di ricerca e analisi TSW (sigla che sta per The Sixth W, cioè la sesta W, che alle cinque classiche why, where, when, what, who aggiunge il with, cioè il con, in riferimento ai progetti dedicati alle persone di cui si occupa la realtà trevigiana) in collaborazione con l’Innovation Center di Intesa San Paolo. In occasione dei 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci, è stato sviluppato un esperimento per esplorare come e quanto le caratteristiche espositive della pittura murale (dall’illuminazione ai pannelli illustrativi, al tipo di percorso) influenzano la qualità della visita e, al contempo, come l’opera d’arte crea motivazioni differenti tra i visitatori.

L'esperimento

Lo studio ha coinvolto 38 persone di differenti nazionalità e cultura (età media di 38 anni), divise tra chi aveva già visto l’opera e chi invece era alla prima visita, che hanno completato il percorso in due modalità diverse: nel primo caso con il museo aperto al pubblico, nel secondo a museo chiuso, con l’opportunità quindi di osservare l’opera in maniera più intima, poiché ogni partecipante è rimasto nel cenacolo da solo per 35 minuti. Per ottenere i dati utili al caso, la ricerca ha previsto il ricorso a un paio di occhiali per il tracciamento oculare e comprendere i punti in cui l’occhio si ferma più a lungo, a un elettroencefalografo portatile per il monitoraggio dell’attività cerebrale che permette di misurare il grado di piacere suscitato dalla visione, e un sensore galvanico della pelle in grado di rilevare la sudorazione e l’impatto emotivo prodotto dall’opera di Leonardo. A ciò, si è aggiunto un questionario per delineare gli aspetti soggettivi legati all’esperienza di fruizione mussale.    

Cosa osserviamo e perché 

Seguendo il percorso prestabilito, l’Ultima Cena è stata l’opera che ha conquistato lo sguardo dei visitatori, generando un’esperienza positiva dal punto di vista cerebrale e di forte impatto a livello nervoso. Le figure più forti nel catalizzare l’attenzione visiva sono state i volti dei personaggi mentre, più in generale, il focus è stato rappresentato dagli elementi sopra il tavolo. Se tra i tredici personaggi il più ammirato è stato Gesù, osservato in media per oltre sedici secondi, ha sorpreso il secondo posto nella speciale classifica di Tommaso che, nonostante la posizione defilata, ha catturato lo sguardo degli astanti per quasi dieci secondi. Con la parte alta dell’opera che ha richiamato fissazioni ridotte, va evidenziato che la parabola visiva parte dalla figura centrale per spostarsi verso gli apostoli a sinistra e concludersi poi con il gruppo sull’estrema destra. Differenze si sono riscontrate anche nelle due modalità di visita: a museo aperto la parte centrale ha attirato maggiormente lo sguardo, mentre al chiuso gli occhi si sono soffermati di più sulle figure laterali. In entrambi i casi, invece, ha funzionato bene come elemento attrattivo il materiale informativo posizionato nella parte sottostante il dipinto.      

L'emotività che genera la visione di un'opera d'arte

La presenza dell’Ultima Cena, opera conservata nell'ex refettorio rinascimentale del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie a Milano, oscura però La Crocifissione, l’altro, enorme, dipinto presente nella sala, firmato da Donato Montorfano e datato 1495. In relazione a tale rappresentazione, stupisce però che a museo aperto i partecipanti hanno avuto la tendenza a leggere tutti gli elementi informativi, mentre a museo chiuso si sono fermati a una selezione circoscritta; per i ricercatori la differenza nasce dalla volontà di emulare il comportamento altrui, che spinge il visitatore ad approfondire la propria conoscenza. Nel complesso, l’esperienza ha dimostrato che l’attesa è parte integrante della fruizione dell’opera, perché il visitatore è motivato a leggere informazioni in merito all’artista, alla tecnica utilizzata e ai dettagli della scena, ma il caso specifico ha chiarito pure come l’Ultima Cena sia un’opera capace di far impennare l’impatto emotivo, lasciandoci quasi scarichi, e quindi disinteressati, nella successiva osservazione di altre opere, come accade appunto per la Crocifissione. Per questo lo studio è di grande importanza per i curatori del Museo del Cenacolo Vinciano, chiamati a soddisfare l’interesse verso Leonardo Da Vinci e la sua opera d’arte e, al contempo, individuare nuovi spunti per indirizzare lo sguardo dei visitatori anche verso le altre opere.  

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