Zuckerberg chiede scusa. Ma è tardi, caro Mark

Ammette gli errori per lo scandalo Cambridge Analytica. Ma non può bastare perché sapeva. E ha tradito il suo stesso Manifesto Politico

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Mark Zuckerberg, fondatore e ceo di Facebool - luglio 2017 – Credits: Drew Angerer/Getty Images

Ilaria Molinari

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Chiede scusa Mark Zuckerberg. È colpa sua, dice, è lui il responsabile di tutto quello che accade su Facebook. Ed è dunque colpa sua anche quanto accaduto con Cambridge Analytica.

Scrive ovviamente sulla sua pagina Facebook e non lo fa in un giorno qualsiasi. Lo fa dopo due giorni di down del titolo che ha lasciato sul mercato il 9% per oltre 50 miliardi di dollari (suo il 16% delle azioni per una perdita di circa 5 miliardi secondo Forbes) e dopo che è arrivato l'annuncio della prima class action americana contro il social network le cui falle nella sicurezza hanno portato 50 milioni di account a essere rubati, raccolti e sfuttati per fini politici, dal voto sulla Brexit a quello per le elezioni presidenziali in America.

Quindi, aggiunge, ha intenzione di lanciare un piano per evitare che casi come quello della Cambridge Analytica si ripetano ancora. Se non sarà così, scrive, "non meritiamo di essere al vostro servizio".

Poi parla con il New York Times e dice: "Sapevamo dal 2015 di quanto stava facendo Cambridge Analytica e avevamo fermato la loro attività ricevendo una certificazione da loro che non erano in possesso di dati sensibili". Bingo.

Chissà quante ore avranno lavorato i legali del giovane Mark (33 anni) per scrivere quelle lunghe righe di scuse. E per cercare di ridare all'uomo più potente della Silicon Valley, quell'aurea di "purezza" e di "onestà" che unità allla genialità ne hanno fatto i caratteri distintivi. Ma il lavoro è arduo.

Il Manifesto politico

Non dimentichiamocelo. Zuckerberg si si era fatto portavoce della "onestà" con il Manifesto politico del 2016, alla vigilia delle elezioni presidenziali americane, in cui descriveva Facebook (due miliardi di utenti mensili a quel tempo) come una "comunità globale unica" dove la "condivisione" (to share) è al centro e consente a tutti coloro che vi abitano di unirsi a favore di quanti fuggono dalle guerre o per combattere il cambiamento climatico con la forza dello scambio per dare a ciascuno il potere di "condividere con tutti gli altri".

L'obiettivo era fare della sua creatura il luogo dove la gente condivide utopie e può salvare il mondo. E così aveva anche spiegato il tour iniziato subito dopo la vittoria di Trump alle elezioni, in giro per l'America a parlare con la gente, unendo al suo staff figure di spicco come David Plouffe o o Joel Benenson, strateghi del marketing editoriale di Barack Obama.

Nessuna ambizione politica, diceva il giovane Mark, solo il bisogno di conoscere la gente. La sua gente: i 2 miliardi di uomini e donne che lo hanno reso il quinto uomo più ricco del mondo con 72 miliardi di dollari di patrimonio.

La responsabilità di Mark

Zuckerberg in fondo sembra un ragazzo qualunque, un gran bravo ragazzo: jeans e maglia girocollo tinta unita, capello corto da bravo scolaretto, faccia pulita, sorriso quasi adolescenziale, sempre, anche quando posa con la famiglia.

Ha una Fondazione, la Chang Zuckerberg Initiative fondata con sua moglie, con cui finanzia tra l'altro ricerche mediche e scientifiche di primissimo livello. È riconosciuto per la sua generosità. Insomma, quei 72 miliardi di dollari non li tiene tutti per sé.

Ma non è un ragazzo qualunque, Zuckerberg. Non lo è. La sua ricchezza e il suo potere lo rendono responsabile del futuro del mondo.

E allora, la domanda oggi è: è parte o vittima dell'operazione Cambridge Analytica? Sapeva o non sapeva di quanto stava accadendo? Ha potuto controllare o no la gestione della privacy degli utenti che aveva falle così grosse se 50 milioni di loro sono stati "spiati" e rubati?

"Bandiremo gli sviluppatori che non non sono in regola e non saranno d'accordo con le nostre regole", ha detto, assicurando che il loro numero sarà comunque ristretto e ha iniziato a spiegare come aumenteranno i requisiti di sicurezza nell'accesso alle app con i dati personali.

Ma non basta: Chris Wylie, la talpa che con le sue rivelazioni ha provocato il terremoto di Cambridge Analytica, al Washington Post ha detto che il programma per la raccolta di dati su Facebook fu avviato nel 2014 dalla sua ex società sotto la supervisione di Steve Bannon, l'ex stratega politico di Trump e mente di tutto. E della vicenda i vertici di Facebook hanno saputo da tempo, nel 2015, come ammesso da Zuckerberg al New York Times.

Una macchia indelebile

Ma davvero il quinto uomo più ricco del mondo, il creatore di Facebook, la rivoluzione della comunicazione digitale del secolo, si è accontentato di una "certificazione" per dormire sonni tranquilli sicuro che Cambridge Analytica non sarebbe stata in possesso di dati sensibili e non li avrebbe utilizzati?

Avrà molto da fare ora Zuckerberg a parlare di come metteranno in sicurezza i profili degli utenti, di come sono riusciti e riusciranno a bloccare le fake news volte a spingerli a votare questo o quel candidato politico, di quali mostruosità di sicurezza informatica si saranno inventati per rendere tutto più "safe", sicuro.

Ma il giovane Mark dalla faccia pulita oggi esce sporco. Forse irrimediabilmente. Con il rischio che il #DeleteFacebook diventi molto più di un semplice hashtag di protesta.

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