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Cosa sanno di noi Grindr, Tinder e le altre app di dating

Chi siamo, dove viviamo, quali sono i nostri gusti e i nostri orientamenti (sessuali e non): tutto quello che lasciamo nelle applicazioni di incontri

Grindr Tinder

Roberto Catania

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Il terremoto scaturito a seguito del caso Cambridge Analytica, sta portando tutti i servizi web - non solo Facebook - a confrontarsi sul terreno, spinoso, dei criteri di condivisione dei dati. Particolarmente scivolosa è su questo fronte la posizione delle cosiddette app di dating: Tinder, Once, Happn, OkCupid, e tutte le altre applicazioni nate per combinare appuntamenti al buio sono infatti dei contenitori di informazioni altamente sensibili.

È la natura stessa di questi servizi a rendere necessario un approvvigionamento di dati così massiccio: la maggior parte di essi, infatti, si basa sul concetto di “match”, ossia sulla capacità degli algoritmi di profilare gli iscritti in maniera molto capillare, in modo da trovare la migliore corrispondenza possibile.

Ma cosa sanno di noi queste applicazioni e, soprattutto, quali rischi comportano a livello di privacy? A riportare il tema di stretta attualità è il caso di Grindr, forse l’app di dating più utilizzata dalla comunità gay e lesbo. Secondo quanto rivelato da un gruppo di ricercatori norvegesi, questa applicazione avrebbe condiviso con app di terze parti alcune informazioni molto sensibili dei suoi utenti, fra cui anche quelle riguardanti lo status sulla positività al test HIV. Una scelta che molti hanno giudicato inopportuna, considerato il livello davvero intimo dell’informazione in gioco.

In questo breve approfondimento proveremo a sintentizzare tutto quello che c'è da sapere sui dati che vengono concessi o ricavati dalle app di dating e quali sono gli utilizzi che se ne possono fare in base alle condizioni di servizio che vengono sottoscritte al momento del primo utilizzo.

Chi siamo

La maggior parte delle app di dating identifica i profili secondo i loro nickname. Tuttavia, chi ha un minimo di dimestichezza con gli strumenti informatici può facilmente risalire all’identità reale degli iscritti: Tinder, Happn e Bumble - spiega la società di sicurezza Kaspersky - consentono a chiunque di vedere dove lavoriamo o quale corso di studi abbiamo frequentato. Da queste informazioni è possibile risalire all'account social utilizzato e, quindi, al vero nome.

Dove siamo

Praticamente tutte le app di dating utilizzano la geolocalizzazione per facilitare gli incontri fra persone che abitano nella stessa città o comunque poco distanti geograficamente; tuttavia solo una sparuta rappresentanza di queste utilizza sistemi di chiusi di condivisione della posizione. Alcune app, è il caso di Happn, oltre ai metri che ci separano da un altro utente, ci mostrano anche il numero di volte in cui le nostre strade si sono incrociate, rendendo ancora più facile la rintracciabilità.

I nostri gusti personali

Qual è il nostro orientamento sessuale, dove abbiamo studiato, l’età media delle persone a cui concediamo più facilmente un appuntamento, gusti di qualsiasi tipo (dalla musica al cinema fino al cibo) ma anche le parole che utilizziamo maggiormente per fare colpo sul potenziale partner. "Le app di dating sanno tutto di noi", ha spiegato qualche mese fa Judith Duportail, una giornalista del Guardian che ha chiesto (e ottenuto) da Tinder il dettaglio completo di tutte le informazioni personali archiviate dalla piattaforma (circa 800 pagine di tabulato). Si tratta di informazioni che vengono acquisita in origine per migliorare la profilazione, o nel corso degli anni a seguito delle varie azioni/interazioni intraprese sull'applicazione.

I dati prelevati dai social network

I social network sono depositari di tanti piccoli e grandi segreti in grado di migliorare la nostra profilazione e, dunque, il buon esito di un incontro. Per questo molte app di dating richiedono esplicitamente il consenso dell’utente a prelevare i dati presenti su Facebook, Instagram e Twitter. Di quali dati parliamo? Principalmente di inofrmazioni personali tratte dalla pagina del profilo, ma anche di like, commenti e risposte.

Che fine fanno i nostri dati?

Nelle condizioni di servizio di alcune app - è il caso di Tinder - si legge chiaramente che "i dati possono essere utilizzati per scopi pubblicitari". Ma specifica anche che nessuno di questi dati - comprese le chat e le informazioni personali - può ritenersi al sicuro.

Il vero problema a livello di privacy è proprio a questo livello: non si può escludere che i dati che noi concediamo con le app di dating, soprattutto quelli che vengono poi ceduti a terzi, vengano trafugati da malintenzionati (o comunque da soggetti con intenzioni difformi da quelle per cui avevamo prestato consenso), una probabilità tanto maggiore quanto più alto è il numero di “mani” che intervengono nel passaggio dei dati.

Grindr ha spiegato che i dati personali prelevati dagli utenti - fra cui quelli legati alla sieropositività - sono stati sì ceduti a terzi parti (nella fattispecie a due soicietà di consulenza) ma solo per finalità legate al miglioramento dell’app stessa, e che in ogni caso si trattava di dati crittografati. Per spegnere sul nascere le polemiche, comunque, la società ha deciso di interrompere sul nascere qualsiasi flusso di dati diretti all’esterno.

Sono in molti tuttavia a ritenere che sia ormai improrogabile un intervento perentorio delle autorità in materia: il nuovo GDPR, atteso per il prossimo mese di maggio, ci dirà qualcosa di più sulla volontà dei legislatori - perlomeno quelli europei - di tutelare in maniera più restrittiva i dati personali degli utenti.

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