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Solo la blockchain può salvare Facebook

Un sistema decentralizzato e certificato dagli stessi utenti rappresenta il futuro di ogni servizio online, compresi i social network

facebook blockchain

Antonino Caffo

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Le parole usate da Mark Zuckerberg per scusarsi con i 2 miliardi di iscritti a Facebook servono a poco. La rete delle reti, fin quando poggerà su un cerchio concentrico nelle mani di una sola azienda, non potrà mai fornire quella sicurezza necessaria che mai come ora tutto il mondo chiede. Non si tratta solo di prevenire eventuali manipolazioni dei comportamenti individuali ma proteggere l’oro del nuovo millennio, i Big Data.

Potere centrale...

Per come è strutturata adesso, Facebook pretende di controllare ogni singola informazione che entra ed esce dai suoi server. Non può riuscirci, semplicemente perché i dati prodotti non hanno padrone una volta immessi nel circolo del web, alla mercé di chiunque riesca a violare l’accesso alle infrastrutture che li conservano, come ha fatto la NSA, oppure liberamente, creando un quiz fasullo con lo scopo di recepire molti più elementi personali di quanto promesso.

La falla principale è stata permessa da Zuck, quando fino a qualche anno fa acconsentiva all’ottenimento da parte degli sviluppatori di tali informazioni (nel concreto l’app fake thisisyourdigitallife non ha hackerato nulla) ma il non sempre attento controllo su dove vanno a finire i dati che gestisce fanno di Facebook un mondo virtuale che soffrirà sempre di evidenti problemi di privacy. Fin quando non arriverà la blockchain.

e potere comunitario

La tecnologia blockchain è una delle potenziali soluzioni al non-controllo della rete. Secondo tale tecnica, che abbiamo spiegato qui, le informazioni di un certo servizio, una piattaforma, un sito web, un’app, non vengono archiviate in un unico database centralizzato ma in un numero potenzialmente infinito di posizioni, dislocate sia sulle strutture di una compagnia che sui computer degli iscritti.

Ad esempio, la vita digitale di un individuo potrebbe essere conservata, divisa, in blocchi fisicamente distanti tra loro: uno in Italia, un secondo in Argentina e un terzo in Portogallo. L’accesso ai profili sarebbe consentito a tutti gli utenti mentre la violazione diretta dei server risulterebbe molto difficile perché in pochi (se non nessuno) saprebbe quali macchine ospitano i diversi blocchi, che contribuiscono a creare la catena, ovvero la blockchain globale di un certo network.

Dati riservati, non nascosti

In un certo senso, è come se il dato, non essendo di nessuno fosse in realtà di tutti: visibile e analizzabile ma non violabile dagli estranei. Chi crea un quiz per capire le tendenze psicologiche dei maschi trentenni occidentali iscritti a un social avrebbe accesso solo a quelle informazioni, con le altre chiuse e messe sotto lucchetto.

Anziché fornire gli elementi più sensibili a ogni piattaforma con cui interagiamo online, potremmo invece archiviarle in un libro mastro decentralizzato, libero da fuoriuscite non considerate. Aggiungiamo a questo un accesso non più con password alfanumeriche ma lettura di impronte digitali, scansione dell’iride e riconoscimento del volto (tutte opzioni già esistenti su smartphone e computer) e avremo un controllo significativamente maggiore su ciò che condividiamo, con chi e per quanto tempo.

blockchain impazzisce

C’è chi la usa già

Al di fuori del campo social, la blockchain è già realtà in alcuni paesi. L’Estonia ad esempio, nazione leader in campo digitale, ha gradualmente trasferito tutti i dati dei suoi cittadini su un sistema di registro distribuito. L'Illinois sta testando qualcosa di simile, Singapore valuta la possibilità di passare a un sistema di blockchain per consentire di interagire in modo trasparente con i servizi governativi e anche in Italia, la Provincia di Bolzano sta lavorando allo sviluppo di un’architettura blockchain per migliorare l’efficienza dei processi digitali.

Dobbiamo ripensare radicalmente al modo in cui i dati vengono prodotti, regolati e manipolati. L’Unione Europea ha risposto concretamente con l'introduzione del regolamento generale sulla protezione della privacy, il Gdpr, e una serie di nuove regole che stabiliscono come le imprese devono gestire le informazioni personali. E probabilmente, dinanzi al rischio di multe salate da parte di Bruxelles, chi lavora su database ampi si applicherà maggiormente a trovare soluzioni avanzate, accorciando i tempi di test e sperimentazioni.

L’esempio di Indorse

Un buon punto di partenza è Indorse, un social network basato sulla logica di Ethereum, un ecosistema di blockchain che è anche una moneta crittografata ma non solo. Sul sito, ogni iscritto possiede il controllo sulla totalità dei suoi dati e ottiene una ricompensa ogniqualvolta decida di fornirli a un estraneo. Ciò risolve due criticità. La prima: chi crea contenuti viene pagato per questi. Su Facebook tutti noi contribuiamo ad accrescere la comunità e non otteniamo un solo euro, l’unico che si arricchisce è Zuckerberg.

Secondo: gli utenti di Indorse ricevono valute digitali (tramite i cosiddetti token) per post che restano di loro proprietà. Su Facebook qualsiasi testo, foto e video, una volta condiviso, non solo è di proprietà della multinazionale ma chiunque può integrarlo (embeddarlo in termini tecnici) dove vuole: portali media, blog, siti di informazione, forum, senza che il creatore possa opporsi o dire nulla. Vi sembra poco? Noi lavoriamo aumentando i loro incassi ma soldi e diritti restano nelle mani di una sola compagnia.

Indorse risolve il problema, rimettendo il potere nelle mani delle persone. Questo si che è un business gratificante, che usa blockchain e principi che chiunque non può che condividere. Tranne Zuck.

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