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Questa lettera è il lato oscuro di Facebook

Diffusa una nota del 2016 in cui un manager ammetteva l’uso della piattaforma per fini ingiusti ma utili a far crescere il gruppo. L’impero tentenna

dark side facebook

Antonino Caffo

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Il sito americano BuzzFeed ha diffuso nelle ultime ore una nota del 2016 in cui Andrew Bosworth, manager di Facebook, spiega la sua strategia di crescita del gruppo. Quello che Mark Zuckerberg ha fatto in fretta a disconoscere come documento condiviso dal consiglio di amministrazione è una sorta di presa d’atto delle difficoltà, da parte dell’azienda, di bilanciare gli strumenti di connessione con quelli intesi a difendere gli iscritti.

Cosa dice l'appunto

Ecco un passaggio fondamentale del memorandum di Bosworth: “Noi mettiamo in connessione le persone. Punto. Ecco perché tutto ciò che facciamo per la nostra crescita è giustificato” e anche "Questo vuol dire accettare che qualcuno compia azioni ingiuste, usando le nostre piattaforme. Magari ragazzi saranno vittima di cyberbullismo" e "C’è chi potrebbe morire in un attacco terroristico coordinato sui nostri strumenti".

Macabro poi che il messaggio sia stato inviato, secondo quanto afferma BuzzFeed, il giorno dopo l’uccisione in diretta via Facebook Live di un uomo a Chicago (qualche giorno dopo un aspirante terrorista annuncerà l’intenzione di morire da martire dopo aver accoltellato un ragazzo israeliano).

Facebook sapeva

Ora chiunque, persino Zuckerberg, potrà affermare sulla propria vita che quelle del manager sono parole vaneggianti, di un individuo troppo preso dal suo lavoro e convinto che il social network che lo stipendia sia l’unico motivo per cui va avanti il mondo. Uno stato confusionale che sarebbe anche comprensibile visto che, per rispondere allo scoop di BuzzFeed, Bosworth ha affermato "Non sono d’accordo oggi con quanto avevo scritto e non lo ero all’epoca".

C’è da capire dunque chi ha mosso la mano che teneva quella penna.

Il problema qui è che al tempo della lettera, 18 giugno del 2016, l’uomo era responsabile della strategia pubblicitaria di Facebook e invece di essere ammonito o magari penalizzato per le sue idee, era stato promosso a capo della divisione hardware di Menlo Park. Dunque non solo Facebook sapeva ma forse condivideva anche il famoso memorandum.

Solo una provocazione

Mark Zuckerberg, negando che Bosworth avesse parlato per tutti i dirigenti della compagnia, ha ampliato la sua posizione sulla vicenda: “Boz è un leader di talento che spesso esprime concetti provocatori. Su questo molte persone di Facebook (non tutte quindi ndr.), compreso me, non sono d'accordo. Non abbiamo mai creduto che i fini giustifichino i mezzi anzi riconosciamo che connettere le persone non è più sufficiente. Serve lavorare per creare unione ed è per questo che abbiamo riformulato i nostri obiettivi nel corso dell’ultimo anno”.

The dark side of the social

Una cosa è certa, chi se ne è andato da Facebook lo ha fatto anche per non sottostare alle regole del tutto è possibile sintetizzate da Andrew Bosworth. È il caso di Alec Muffett, ex ingegnere che ha lasciato l’azienda proprio per come si stavano mettendo le cose in cima. Ecco cosa ha postato su Twitter qualche ora dopo l’articolo di BuzzFeed: “Hey Boz, sai cosa pensavo di quella lettera. Non ti ho mai risposto (e non ho copie del mio pensiero è tutto impresso nella memoria)  ma non posso negare che il tuo post sia stato uno dei motivi che mi ha spinto a lasciare la compagnia”.

A quanto pare, la posizione espressa da Bosworth è più o meno condivisa dai piani alti di Facebook mentre la manovalanza, come gli stessi ingegneri, hanno spesso chiesto al gigante di lavorare su ulteriori soluzioni di difesa della privacy e di abusi del potere comunicativo della piattaforma, senza ottenere grossi risultati.

Ma allora da che parta sta?

Come se non bastasse il polverone alzato dal caso Cambridge Analytica, il memo getta ulteriori dubbi su quanti granelli di eticità siano davvero rimasti tra le mura della multinazionale americana. Che oramai noi tutti fossimo diventati solo un ammucchio di big data era chiaro ma l’evidenza che la piazza virtuale che più di altre ha beneficiato della trasformazione dell’io organico in essenza digitale non mostrasse il minimo segno di interesse verso l’incolumità (anche fisica) degli iscritti ci fa ricredere del tutto sulle uscite pubbliche e i vari mea culpa forniti da Zuck, dopo ogni scandalo andato a discapito degli utenti.

Futuro in bilico

Le domande da porsi sono davvero tante: vuoi vedere che il sito non fa nulla per bloccare le fake news perché queste portano verso le bacheche più click delle notizie vere (e dunque maggiore possibilità di visualizzare banner pubblicitari)? È per gli ingenti investimenti in advertising che Facebook non ha scoperto prima, e cancellato, gli account dei troll russi che pubblicavano messaggi pro-Trump prima delle elezioni?

Utilizzi del genere, scorretti e votati alla manipolazione dei comportamenti, ricadono nel mantra espresso da Bosworth. Ed è come se oggi la macchina degli inganni social sia venuta improvvisamente a galla, con la sua piramide di sabbia destinata a cadere.

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