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Instagram: Mirko Scarcella spiega i trucchi per avere successo

Un trentenne milanese è il deus ex machina del successo su Instagram di molti personaggi famosi. Qui ci svela i suoi trucchi e come è nato tutto

Mirko Scarcella

Eugenio Spagnuolo

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Pazzi di Instagram? Allora c'è un libro che dovete leggere. Si intitola Instasecrets e di sottotitoli ne ha almeno 3, di cui uno che esorta: “Inizia a guadagnare con il tuo profilo Instagram”. E di questo si tratta: l’autore Mirko Scarcella, 31 anni, milanese, è considerato un guru a tutti gli effetti del binomio foto e social network, da quando si è scoperto che era stato lui a prendere per mano il fenomeno Gianluca Vacchi e a portarlo da 2000 follower a più di 10 milioni. Ma come ha fatto un giovane milanese di belle speranze a diventare un creatore di “influencer” e, soprattutto, quali strategie ha usato per conquistare il social network del momento? Abbiamo provato a scoprirlo.

Mirko, se le chiedessero che lavoro fa, cosa risponderebbe?
«Con i miei collaboratori ci occupiamo di comunicazione: lavoriamo con celebrity, case discografiche, aziende varie. E siamo bravi a dare visibilità a persone o cose sul web. A vendere persone, nel senso di farle piacere. In particolare su Instagram».

Celebrity come Gianluca Vacchi?
«Sì, è il caso che ha avuto più risonanza, perché siamo partiti praticamente da zero. Aveva 2000 follower quando abbiamo smesso di lavorare con lui ne aveva 11 milioni».

Come è stato possibile portare un profilo Instagram da 2000 follower a 11 milioni?
«Il nostro lavoro consiste proprio nel capire cosa può funzionare di un personaggio. In quel caso: post positivi e ottimistici, che rispecchiavano una filosofia di vita nella quale le persone potessero riconoscersi. Essere una fonte di ispirazione su Instagram funziona».

Niente trucchi? Follower acquistati?
«No, non avrebbe senso: se vai per strada e hai follower finti nessuno ti ferma. È come aprire un ristorante e non servire cibo di qualità. Non funzionerebbe. E poi c’è un’altra cosa…».

Cioè?
«Col web e i social si può lavorare con onestà e metodo e i risultati arrivano. È scientifico».

Il suo libro è pieno di consigli e strategie per ottenere visibilità su Instagram. Difficile citarli tutti. Ma me ne dica almeno 4.
«Eccoli:
1. Regola numero uno: non indossate maschere, siate autentici. Le persone apprezzano l’autenticità.
2. Quando pubblichiamo una foto, non dobbiamo fermarci a pensare se piace o meno a noi, ma se piacerà a chi la guarda. Le foto su Instagram sono pubblicate per piacere agli altri. È questo lo spartiacque.
3. Meglio pubblicare foto con bei colori e luminosi: nello scroll veloce di Instagram sono quelle che colpiscono di più l’attenzione.
4. È fondamentale avere molte interazioni: non tirarsela. Mettere like a qualche foto e profilo ci fa salire nel ranking di Instagram: il social vede che siamo attivi e ci premia».

Conta più l’originalità o la bellezza di una foto?
“Assolutamente vince l’originalità. Se voglio una bella foto del Duomo di Milano, la cerco su Google. A Instagram chiedo di mostrarmi il mondo da un’altra prospettiva, meglio ancora se personale”

E a una celebrity che consiglio darebbe?
«Mettiamo che siete Cristiano Ronaldo. Per ottenere più follower, vi consiglierei di mettere qualche like ai follower di Lionel Messi, il suo diretto competitor. È una delle strategie che utilizziamo: individuare il competitor e interagire coi suoi fan per farci apprezzare da loro. Funziona».

A proposito, quali vip si affidano alle vostre cure?
«Potrei dirgliene tanti, ma non sarebbe corretto: non mi piace usare i personaggi per avere visibilità riflessa. Con Vacchi è successo perché è uscita la notizia su alcuni giornali e ho dovuto rilasciare dichiarazioni. Faccio pochissime eccezioni: in alcuni casi si crea un rapporto di amicizia e ne parlo, senza problemi».

Ma in generale chi si rivolge alla sua azienda? Sportivi? Influencer? Popstar? DJ famosi come quello che mi ha citato prima, in confidenza?
«Sì, ma non solo. Anche professionisti che vogliono mostrare al mondo un volto diverso. Da un po’ di tempo per esempio stiamo seguendo anche un avvocato di Miami: uno degli studi più prestigiosi degli Usa, che vuole mostrare il suo lato umano: fa dei video ironici ricchi di messaggi motivazionali, che stanno avendo successo. Si chiama Gianni Mendes: guardatelo. Riesce a mettersi in gioco nonostante faccia un lavoro serissimo».

E di italiani?
«Nessuno: la maggior parte dei nostri clienti vive negli Usa e in Spagna. Magari qualche italiano c’è ma non vive qui. È una strategia: i media ti trovano più interessante se ti fai un nome al di fuori dei confini».

Insomma per lei “nemo profeta in patria” è una scelta voluta?
«Proprio così. Sono italiano e amo l’Italia, dove vivo per 4 mesi l’anno. Ma credo che l’internazionalità nel lavoro paghi: un po’ come un calciatore che decide di giocare all’estero. Mi passi il paragone».

Cosa nota di diverso lavorando all’estero?
«Precisione, immediatezza, poche chiacchiere per chiudere un accordo: ma questo è una caratteristica della lingua inglese».

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E di positivo noi italiani che abbiamo?
«Una grande passione nel fare le cose, che all’estero manca. lì guardano più al business. Noi invece siamo più passionali e mettiamo il cuore anche nel lavoro».

Come è iniziato tutto, se lo ricorda?
«Ho cominciato ad appassionarmi al web da bambino. Mi piaceva il fatto che dietro lo schermo ci fosse un mondo e molte risposte alle mie domande».

E il primo lavoro?
«Da Zara, piegavo magliette tutto il giorno, ma non sentivo l’adrenalina che cercavo, avevo un contratto a tempo indeterminato, mi misi in aspettativa per inseguire i miei sogni. Così, poco più che ventenne pensai di mettere in contatto fotografi e clienti che desideravano farsi un servizio fotografico: allora i costi per un servizio fotografico ben fatto erano proibitivi. Da qui l’idea di abbatterli usando il web. dopo un po’ ho pensato di applicare questo modello ad altri settori, come la ristorazione e altri settori, sfruttando l’entusiasmo allora nascente per l’e-commerce. Poi è arrivato Facebook e molte aziende hanno cominciato a volersi associare a personaggi famosi per colpire il pubblico dei social: e mi ci sono tuffato».

Lavorava da solo?
«No, con un team di “nerd”, mi passi il termine. Esperti informatici con cui ancora oggi sviluppo le strategie di comunicazione».

Quanto ha investito all’inizio?
«Nulla. Avevo un netbook da pochi euro. È questo il bello del web: ti permette di sviluppare idee senza soldi».

Vale ancora oggi?
«Assolutamente».

Mi diceva che è nato a Milano...
«Per l’esattezza sono nato a Sesto San Giovanni. E credo che nascere ai bordi di periferia come cantava Ramazzotti serva: ti accende un fuoco dentro. La periferia se non passi le giornate al parchetto a fumarti le canne e basta, ti dà l’energia giusta per realizzare i tuoi obiettivi. Ricordo ancora quando sognavo di trasferirmi nella scintillante Milano e lavoravo per riuscirci. Oggi giro il mondo per lavoro ma non l’ho dimenticato».

Cosa le piace del suo lavoro?
«Mi rende felice fare un lavoro che è tutti giorni differente. È la cura per la noia: il male di questi anni. Ma mi creda non sono i lussi e la bella vita, che mi interessano. In realtà le discoteche non piacevano neanche da ragazzino: preferivo starmene a casa a pensare. Mi faccio 1000 domande, sono un tipo introspettivo».

Un’ultima domanda: ma gli influencer funzionano davvero?
«Mah… Ce ne sono talmente tanti, che si propongono come influencer. Ma quelli che hanno 50 mila follower o anche 200 mila, fino a che punto influenzano le nostre scelte? E poi si somigliano tutti. La verità? I veri influencer saranno non più di 200 nel mondo, a parte le celebrity. E quelli che guadagnano su Instagram sono meno di quanti si crede». 

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