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Facebook sposa il dating, ma possiamo fidarci?

Il nuovo servizio finirà per raccogliere sempre più dati per aiutarci a trovare l’amore e, nel frattempo, venderci meglio agli inserzionisti

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Marco Morello

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Ancora spauriti per il pasticcio di Cambridge Analytica, per l’uso non proprio trasparente dei nostri dati su Facebook, abbiamo appreso con sollievo che il nuovo servizio di dating annunciato dal social network non permetterà, quantomeno non subito, d’indurci in tentazione.

Vieterà di condividere foto tra i suoi utilizzatori. Porrà un freno preventivo al rischio che i nostri slanci intimi, le immagini svestite e imbarazzanti spedite a sconosciuti per sedurli (o almeno si spera), possano finire in mani virtuali sbagliate, condivise con chissà chi, chissà quando e come.

Metterà dunque al sicuro dagli scivoloni di qualsiasi perdita di prudenza e di pudore, semplicemente escludendone l’eventualità. Eppure, è evidente il contrario: la sfida a Tinder e concorrenti ingaggiata da Mark Zuckerberg sortirà comunque l’effetto di metterci a nudo.

Collezione d’interessi

Strizzato nella raffica di annunci di F8, l’annuale conferenza dedicata agli sviluppatori, «Dating», nome semplice dalla gigantesca ambizione, non è pensato per chi cerca la provvisorietà di una passione veloce.

È per i single che vogliono costruire una relazione solida. E per farlo, sono disposti a esporsi, mostrarsi, raccontarsi. Pur edulcorandolo, a tirare fuori l’autentico di sé. In un video dimostrativo che illustra come sarà l’applicazione, al centro ci sono le passioni, gli elementi in comune. La consonanza di interessi come stimolo ad avviare una conversazione.

Vedi una ragazza che legge uno dei tuoi libri preferiti e le scrivi quanto hai amato il passaggio in cui i protagonisti si ricongiungono; trovi un ragazzo seduto nel ristorante di quartiere e gli chiedi se anche lui adora il loro tiramisù o la variante dello chef della carbonara. Pretesti spiccioli, ma per attaccare bottone da qualche parte bisognerà pur cominciare.

Spacchettare la propria identità, seminarne tracce in questo terreno digitale, aumenta le possibilità d’ingaggio. E mentire ha poco senso, se davvero si vuole intercettare l’anima gemella o una compagna oltre l’effimero di una sera e via.

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L'annuncio del servizio dating durante l'evento F8 – Credits: Facebook

La convenienza dell’onestà

L’esito sotteso è intuibile: finiremo per condividere sostanza e spigolature del nostro io che forse difficilmente avremmo pensato di affidare a internet. Cedendo alla megamacchina della Silicon Valley le ultime tracce chiuse a chiave nel nostro privato, anche solo per trascuratezza o scarsa rilevanza in un profilo pubblico. Film e mete preferite, ricordi del cuore, sogni e oggetti del desiderio. Senza la remora di risultare stucchevoli di fronte a chi ci conosce bene, d’altronde il profilo in «Dating» è separato da quello ufficiale di Facebook.

A identificarci saranno solo il nostro nome (non il cognome), immagini e descrizioni. Se scatterà la scintilla, potremo mostrare alla potenziale fiamma il profilo ufficiale, svelando anche eventuali contatti e amici in comune. Opportunità che lo stesso social network ha lasciato intuire nel video dimostrativo, come evidenziato dal frame qui sotto. Due galassie separate, destinate però a incrociarsi.

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– Credits: Facebook

Lo spione silenzioso

Perciò, riassumendo: due profili separati, che all’occorrenza comunicano tra loro. Da qui, è ovvio, sgorga un’inedita generosa sorgente d’informazioni per Facebook. Che fa il colpo grosso: mentre da una parte rassicura di essere ancor più un paladino della privacy e annuncia un nuovo strumento per cancellare le informazioni che gli arrivano da terze parti, usa noi stessi, il nostro desiderio di raccontarci per una connessione amorosa, come inappuntabile e rigorosa fonte primaria. Perché mentire?

Vogliamo uscire con una vegetariana se amiamo gli hamburger? Davvero desideriamo sorbirci ore di serie televisive sul divano se amiamo tirar tardi nei club? Il risvolto, sponda Zuckerberg, è migliorare e affinare la sua capacità di profilarci e raccoglierci in grappoli di attendibilissimi target per gli inserzionisti, quelli che pagano i conti di tutta una baracca. State pronti: se nella lista di cose da fare almeno una volta nella vita abbiamo messo una fuga in Polinesia, vedremo apparire un’offerta conveniente per un indimenticabile soggiorno di coppia.

È davvero un male?

Sull’argomento non è facile dare una risposta univoca e, alle spalle, c’è una letteratura sterminata. Studi ormai classici condotti in roccaforti del sapore contemporaneo come le università di Stanford e Cambridge, sostengono che combinando le nostre migliaia d’interazioni con la piattaforma, i «mi piace» e ampi dintorni, l’intelligenza artificiale che la governa è già ora in grado di tracciare un profilo più fedele, meno approssimativo di quanto saprebbero fare amici anche intimi. Figurarsi con i rinforzi in chiave dating. Il cui passo successivo è intuibile e non troppo improbabile: Facebook, prima o poi, potrebbe mettere a frutto questa sua onniscienza, questo corposo spirito di deduzione su cosa siamo e bramiamo, per suggerirci non solo beni e servizi, ma potenziali partner.

Candidati in sintonia con il nostro cuore, come gli algoritmi di Spotify e Netflix fanno per occhi e orecchie. Ottimi «match», per dirla con il linguaggio del dating, parecchio scosso da questo annuncio, al punto che la fuga di dati personali delle settimane precedenti si riduce a una brezza passeggera, una lieve increspatura, un banale incidente di percorso. La strada intrapresa da Zuckerberg, al contrario, fa paura. Sembra in grado di scatenare uno tsunami. Di riscrivere le regole del gioco per stravincere la partita.

Fidati di chi ti conosce meglio

Le app che promettono l’amore si basano su approssimazione e velocità.

Descrizioni stringate, frasi a effetto copiate qui e là, foto ammiccanti ingolfate di filtri. La priorità è sbrigarsi ad andare on line e tuffarsi nella ricerca. Le più evolute spingono a compilare test di personalità, ma nessuna delle più raffinate ha dietro la frequentazione quotidiana, le attenzioni assidue fino al morboso che in questi anni abbiamo concesso a Facebook. Nessuna si avvicina da lontano al suo bacino di utenza. Bacino potenziale, è vero, che diventerà un travaso effettivo, se un buon passaparola sulla sua efficienza benedirà il servizio. In grado di regalarci l’amore, per venderci meglio come prodotto.

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