Facebook: una proposta per evitare che ci devasti

Bisogna coinvolgere tutti i soggetti in un disarmo bilanciato per evitare che la rivoluzione digitale diventi lo strumento della lotta di tutti contro tutti

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Stefano Cingolani

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E se negoziassimo un disarmo multilaterale? Ormai abbiamo capito che la bomba cibernetica minaccia la nostra convivenza civile, è l’atomica informatica destinata a segnare il nostro secolo. Indignarsi non serve, mettere multe o chiudere la stalla quando i buoi sono scappati ancor meno. Bisogna prendere il toro per le corna (tanto per indulgere nella similitudine bovina).

La tempesta che ha colpito Facebook suscita indignazione, protesta, sorpresa. Tutti sentimenti legittimi tranne forse quest’ultimo. Perché stupirsi? Facebook serve proprio a conoscere i propri utenti, penetrare fino alla loro intimità, collezionare dati, usarli. Finora era successo soprattutto per motivi commerciali adesso si scopre che la manipolazione è molto più ampia, orwelliana persino, produce un controllo politico, sociale, intellettuale che arriva fino al cuore di ciascun individuo.

Non facciamoci illusioni, informazione e controllo vanno a braccetto ed è esattamente quel che ha reso grande e potente Facebook. Non era nata per questo, ma se fosse restata una comunità di amici che si scambiano facezie, appuntamenti o quant’altro, non avrebbe potuto accumulare in borsa un valore tanto stratosferico; altro che bolla, è un pallone aerostatico pieno di gas nervino.

Cosa è cambiato

Il salto avviene quando lo scambio di informazioni diventa manipolazione occulta o, come nel caso di Cambridge Analytica, aperta, tanto da trattare senza ritegno mazzette e scambio di prostitute.

Da tempo in molti avevano sollevato dubbi sulla natura democratica ed egualitaria dei social media e delle piattaforme digitali di vario ordine e grado. Poi sono sbarcati i troll russi, quelli cinesi, quelli americani e adesso gli inglesi. È arrivata la vecchia disinformatia trasformata in fake news. E la Brexit. E Donald Trump.

Non è che gli italiani siano tanto indietro se si considera che cosa è stato capace di mettere in piedi Casaleggio&C., fino a far eleggere parlamentari con una manciata di voti.

George Soros adesso parla di “minaccia alla democrazia”. Naturalmente non bisogna demonizzare. La rete è stata una di quelle innovazioni tecnologiche che gli esperti chiamano distruttive, perché frantumano il vecchio ordine economico, sociale e politico. Come il telaio meccanico, le ferrovie, l’elettricità, la produzione di massa, i calcolatori elettronici i robot e via via innovando.

Non si può essere luddisti, sarebbe inutile oltre che dannoso. La rivoluzione industriale va avanti per strappi, con frenate e accelerazioni, ma non si ferma. Tuttavia, esattamente come è accaduto nell’Ottocento con il pauperismo o nel Novecento con le lotte operaie e la grande depressione, bisogna affrontare le conseguenze del progresso tecnologico a cominciare da quelle negative.

Cosa fare

Facebook poi ci ha messo del suo. Più tempo passa più Mark Zuckerberg sembra un apprendista stregone e non controlla più le forze che ha liberato. Dalla questione delle imposte a quella della privacy, la società appare come un esempio di gestione improvvisata, se non fraudolenta.

È bene, dunque, che Zuckerberg stesso scenda in campo, faccia pulizia, individui i responsabili del caso Cambridge, ma vada più a fondo, fino a rivedere l’intera business culture.

E tuttavia ciò non basta, così come non è sufficiente comminare multe anche salate come quelle proposte dall’Unione europea (4% del fatturato mondiale). Bisogna agire a monte coinvolgendo tutti i soggetti: gli operatori privati e i governi, quelli democratici come le nuove autocrazie imperiali come Russia, Cina e Turchia, perché esattamente come accadde nel secolo scorso con l’energia atomica, ne va della sopravvivenza comune e occorre evitare che la rivoluzione digitale diventi il potentissimo strumento della lotta di tutti contro tutti.

Potremmo chiamarlo una sorta di disarmo bilanciato, un accordo di Helsinki come quello stipulato nel 1975 sulla sicurezza in Europa tra Usa, Unione sovietica e altri 33 stati, dal quale nacque l’Osce, l’organizzazione che vigila sulla pace nel vecchio continente.

Alcuni di quei principi sottoscritti allora sono validi anche nel nuovo contesto: inviolabilità, integrità, non interferenza, rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, eguaglianza e cooperazione tra gli stati.

Non sempre sono stati rispettati, ma finora non sono scoppiati conflitti distruttivi e nessuno li ha rinnegati. Potremmo pensare anche a una Osce cibernetica, affinché i media si sviluppino in libertà, siano sociali, ma non diventino asociali, e le enormi potenzialità raccolte nei nuovi strumenti servano per ampliare le risorse dell’umanità e il benessere dei popoli (l’enfasi è di rito in questi casi). Utopia, fuga in avanti? Forse, ma quante altre rapine della nostra libertà dovremo ancora subire prima di prendere coscienza?

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