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Il Facebook che vorremmo? Assomiglia un po’ a Instagram

Forse la ricetta per migliorare Facebook passa proprio dagli insegnamenti del social network della fotografia

Instagram generica

Roberto Catania

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Il 2018 di Facebook è iniziato con una serie di importanti novità, molte delle quali legate al tema delle fake news. Il colosso californiano ha stravolto l’algoritmo che stabilisce i criteri di priorità all’interno del newsfeed e ha anche rivelato di voler introdurre un sistema per dare agli utenti la facoltà di valutare il livello di affidabilità di notizie e testate giornalistiche.

Sorvolando sulle motivazioni di carattere economico, delle quali ci siamo già occupati altrove, proviamo ora a capire dove sta andando (o vorrebbe andare) il social network più importante del mondo.

Tempo di provvedimenti. Ma sono quelli giusti?

Su due piedi verrebbe da dire che Mark Zuckerberg e soci abbiano compreso che le fake news - e più in generale tutte le questioni legate all’utilizzo distorto dei media sociali - stiano diventando un problema molto serio. Lo sono per gli utenti, che cominciano a diffidare delle notizie lette su Facebook, ma anche per gli Stati sovrani, sempre più preoccupati dalle possibili conseguenze sull’elettorato.

Da qui l’idea di metterci una toppa, anzi due: da un lato si penalizzano i contenuti editoriali, che d’ora in poi verranno dopo quelli di amici e parenti, dall’altro si lascia al popolo sovrano la facoltà di decidere quali sono le fonti d’informazione più autorevoli.

Può bastare questo per migliorare davvero la nostra esperienza su Facebook?

I limiti di Facebook

In un post apparso su Doppiozero, Giorgio Fontana riassume quelli che in fin dei conti sono i veri limiti di Facebook: il livello sempre più elevato di polemiche, anzi di polemichette (così l’autore definisce quei thread un po’ sterili che appaiono come “caricature di vere e proprie discussioni”), la tendenza degli iscritti a sentirsi quasi obbligati a scrivere e l’idea di regalare i propri dati personali a un’azienda che - proprio grazie a queste informazioni - sta costruendo un business di dimensioni inimmaginabili.

Semplificando, si potrebbe dire che Facebook stia diventando un amplificatore troppo potente, e troppo invadente. Le interazioni così spinte, molte delle quali ormai quasi automatiche (pensiamo alla facilità con cui concediamo un like mentre scrolliamo il nostro feed), sono alla base di quella che gli esperti definiscono polarizzazione dell’informazione e di tutta una serie di effetti collaterali che sono difficili da arginare. Anche in relazione del fatto che stiamo pur sempre parlando di un servizio che ha un’audience paragonabile a quello di un continente.

Il “modello” Instagram può aiutare

Più che un rinnovamento dell’algoritmo servirebbe dunque un ripensamento della piattaforma nella sua interezza. Che premi la qualità delle interazioni più che la quantità. Qualcosa, insomma, che porti Facebook ad assomigliare a Instagram.

Già. In fin dei conti il social network della fotografia altro non è che la versione più edulcorata, e per certi versi meno isterica, del grande libro dell’amicizia. Lo è per sua natura, considerata la scarsa rilevanza dei contenuti testuali rispetto a foto e video, nonché la mancanza di link e pulsanti per la condivisione automatica.

Più intimità significa maggiore felicità

“Instagram non è il social network perfetto ma i suoi limiti sono preferibili ai problemi strutturali che investono Facebook”, commenta Kevin Rose dalle pagine del New York Times, sottolineando i vantaggi che un servizio più minimalista, progettato per la condivisione intima piuttosto che per la trasmissione virale può recare in dote ai suoi utenti: l’assenza di quelle dinamiche tipiche della diffusione incontrollata di notizie, tanto per cominciare, ma anche una miglior livello di soddisfazione da parte degli utenti.

Lo dice anche una ricerca condotta dall’Università dell’Oregon: le persone che utilizzano piattaforme basate su foto e video (come Instagram e Snapchat) hanno un livello più alto di felicità rispetto alle app testuali. Che poi, a ben guardare, è anche l’obiettivo dichiarato da Mark Zuckerberg. Sempre che si possa parlare di felicità in un mondo così evanescente come quello dei social.

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